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La grande carestia

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L’Ucraina è un’immensa pianura che non ha confini naturali. Questa è, in parte, la ragione per cui “sino alla fine del XX secolo gli ucraini non sono mai riusciti a fondare uno Stato ucraino sovrano”. Nella sua storia è stata il centro pulsante della Rus’kieviana, uno Stato sorto nel IX secolo, costituito da tribù slave e da un ceppo nobile vichingo; nel 1569 passano dal granducato di Lituania alla Confederazione polacco-lituana e, dal XVIII al XX secolo all’impero russo prima e all’Unione Sovietica poi. Terra fertile che consente, da sempre, due raccolti l’anno ha sempre subito il colonialismo sia da parte polacca sia da parte russa: chi avrebbe voluto rinunciare ad un granaio così ricco concedendo quell’indipendenza che pure il popolo ucraino cercava da sempre? La sovietizzazione dell’ Ucraina causò, soprattutto quando salì al potere Stalin, gravissimi problemi. Tra il 1932 e il 1933 il nuovo segretario del Partito comunista decise di applicare in maniera pesantissima uno dei capisaldi del marxismo-leninismo: la proprietà collettiva. Questo significava che la campagna “doveva fornire ogni possibile risorsa alla crescita delle città e dell’apparato industriale e militare del paese”, bestiame, attrezzi e ogni scorta alimentare; quel poco che i contadini riuscivano a tenere per sé, veniva razziato dalla polizia segreta. La carestia che ne conseguì (Holodomor, sterminio per fame) causò 5 milioni di vittime, di cui quasi 4 milioni nella sola Ucraina. Scopo di Stalin fu anche vendicarsi di quel breve periodo in cui l’Ucraina, durante la guerra civile del 1918-1920, riuscì a proclamarsi repubblica con una propria lingua e cultura. La breve avventura autonoma finì, ça va sans dire, con la repressione da parte sovietica, di tutti gli intellettuali che avevano sostenuto l’indipendenza. Da questa tragedia si iniziò ad utilizzare il termine genocidio, coniato dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin. Naturalmente, tutto rimase sepolto, sconosciuto alla Storia: il governo sovietico “distrusse gli archivi locali, si assicurò che le registrazioni dei decessi non accennassero alla fame, alterò i dati pubblici dei censimenti. Ma con la caduta del muro di Berlino, con lo smantellamento dell’URSS e di tutti i regimi satellite, l’Ucraina finalmente, nel 1991, dichiarò la propria indipendenza, finalmente diventò uno Stato sovrano. È ancora così?...

Anne Applebaum è una giornalista e saggista statunitense naturalizzata polacca. Corrispondente per diverse testate ora è editorialista del Washington Post. Esperta della storia della ex Unione Sovietica (ha studiato russo a Harvard) nel 2004 ha vinto il premio Pulitzer per la saggistica col libro Gulag: storia dei campi di concentramento sovietici. In questo corposo saggio traccia in maniera dettagliata non solo la vicenda della grande carestia ma anche la storia dell’Ucraina, una parte d’Europa che ha sempre ricercato una propria autonomia amministrativa. I sovietici avevano una scarsissima considerazione del popolo ucraino, che giudicavano primitivo e costituito da ex-servi della gleba. Lo stesso Marx, in un saggio del 1852, spiega che i contadini ucraini (che formavano la maggioranza) non costituivano una classe e non avevano, per questo, una coscienza di classe e quindi “sono incapaci di far valere i loro interessi nel proprio nome e non possono rappresentare sé stessi; debbono farsi rappresentare”. Lenin prosegue questo pensiero chiosando che avevano bisogno di essere guidati dalla classe operaia. Ma il desiderio di indipendenza era congenito nel popolo ucraino. Durante la guerra civile seguita alla rivoluzione del 1917, dietro la spinta di un neonato movimento nazionalista e di un folto gruppo di contadini ribelli, il 26 gennaio 1918 l’Ucraina proclama la propria indipendenza: avrà poca durata e verrà cancellata nel sangue. Ma il governo bolscevico guidato da Lenin iniziò a guardare all’Ucraina non solo come il loro granaio ma anche come un nemico che potenzialmente poteva creare seri problemi, perché il nazionalismo ucraino era stato sconfitto sul campo ma non a livello ideologico e raccoglieva simpatizzanti nella classe media e negli intellettuali. Nei primi anni Venti, la tregua aveva garantito comunque un governo guidato dal Partito comunista ucraino, un Comitato centrale ucraino, ma nella realtà la res politica era nelle mani di Mosca. Gli scontri precedenti avevano distrutto villaggi, strade, ferrovie, molti se ne erano andati, in contemporanea la Prima guerra mondiale aveva portato via molta forza lavoro; per queste ragioni molti campi restarono incolti; la siccità fece il resto e il raccolto fu solo il 5% del solito. In più Lenin chiedeva anzi pretendeva una quantità fissa di grano per le città. La carestia, la prima carestia era in corso. Con gli aiuti stranieri che arrivarono, le zone più colpite dell’Ucraina, quella meridionale e quella orientale, ebbero un po’ di sollievo, ma il ritardo negli aiuti aveva causato decine di migliaia di vittime. Venti anni dopo, con Stalin al potere, la situazione era pressoché uguale: stesse improponibili richieste di grano, repressione, fucilazioni se la quantità richiesta non era corrispondente a quanto preteso. Il censimento del 1934, a fronte dei 170/172 milioni di abitanti previsti dal Politburo, ne contò invece 168 milioni. Questa discrepanza, frutto di tutte le vittime provocate dalla grande carestia e non considerate o misconosciute, venne taciuta, si disse che era responsabilità di addetti incompetenti, di spie, di nemici del popolo, il capo dell’ufficio del censimento fu arrestato e fucilato, nel più puro stile totalitario. Ma evidentemente l’Ucraina non ha la pace nel suo destino se, nonostante sia ormai una repubblica sovrana ancora ha bisogno di combattere. La rivoluzione ucraina del 2014 ha portato migliaia di giovani in piazza (ricordate piazza Maidan in fiamme?) che chiedevano uno Stato di diritto e denunciavano la corruzione; questa nazione travagliata spaventa ancora i vertici di Mosca, tanto che Putin ha schierato già nel mese di dicembre 2021 truppe e tutti i rifornimenti necessari per un intervento militare. Un saggio brillante, una scrittura chiara, una storia che doveva essere raccontata. Le pagine sono molte, ma è un saggio che merita di essere letto.