Salta al contenuto principale

La grande illusione della guerra

lagrandeillusione

La corsa agli armamenti d’inizio Novecento, soprattutto dovuta alla rivalità commerciale tra Germania e Inghilterra, crea una crescente sensazione di insicurezza e quindi, in un circolo vizioso, una crescente aggressività. L’esito nella guerra è assai probabile. In che senso, dunque, la guerra in Europa non è che un’illusione? Il punto è che, a guardare i fatti, la guerra è inutile. Gli assiomi della scienza politica continuano a fondarsi su concezioni vecchie e superate della guerra come possibilità di espansione economica o di arricchimento. Una tribù primitiva può effettivamente guadagnare maggiori risorse naturali dalla distruzione di una tribù rivale; o ancora, un esercito medievale può arricchirsi predando oro e oggetti preziosi da un territorio saccheggiato. Allo stato attuale della divisione del lavoro e degli scambi internazionali, questo non ha più senso. Gli avanzamenti tecnologici ed economico-finanziari dell’epoca moderna hanno reso le nazioni tanto interdipendenti che l’annientamento dell’una causerebbe danni gravissimi per l’altra e, a catena, per molte altre. Pure conquistando il Regno Unito, la Germania sarebbe costretta – per non perdere un mercato tanto profittevole – a lasciare agli inglesi una libertà economica e civile tanto grande da rendere nulla la conquista stessa. Se anche volesse saccheggiare, per così dire, la banca d’Inghilterra, si ritroverebbe in mano titoli e azioni che valgono come carta straccia perché non più garantiti dalla sussistenza della banca stessa e – cosa ancor più grave – la confisca renderebbe carta straccia gli stessi titoli di debito tedesco, impoverendo la Germania molto più di quanto una indennità di guerra possa arricchirla. Così successe nel 1871 dopo la clamorosa vittoria sulla Francia e così accadrebbe se i tedeschi riuscissero a conquistare il loro tanto agognato “posto al sole”, cioè un possedimento coloniale. La guerra, vista dal punto di vista egoistico del proprio interesse e al di là di contraddittorie riserve sentimentalistiche, è semplicemente inutile…

Quando il pamphlet Europe’s Optical Illusion viene pubblicato per la prima volta nel 1909, seguito poi da una più estesa riscrittura, provoca un acceso dibattito e critiche severe. Offende il sentimento patriottico, o al contrario è troppo sentimentale, o ancora mostra tutta la sua ingenuità quando la “grande illusione” – la guerra – diviene realtà in modo feroce e drammatico appena qualche anno dopo la pubblicazione del volume. Tuttavia, le idee di Norman Angell, che è stato parlamentare per il Labour Party, scrittore e attivista politico per le cause della pace e della cooperazione internazionale, si diffondono per la loro forza e per l’intensa attività dell’autore. Nel 1933 Angell è insignito del Premio Nobel per la pace. Nel 1937 esce il film La Grande Illusione di Jean Renoir, capolavoro della cinematografia francese ispirato proprio a questo saggio di Angell. Attraverso i corsi e i ricorsi storici, l’argomento torna – purtroppo – di attualità e una nuova traduzione di questo libro viene qui presentata, corredata di una utile introduzione e di un poscritto di Giuliano Procacci sull’assegnazione del Nobel per la pace nei tormentati primi anni Trenta. Al di là di alcune tare piuttosto pesanti, relative alla considerazione del colonialismo europeo e quasi inevitabili in uno scritto di cento e più anni fa, questo saggio suscita ancora interesse vivace, offre una prospettiva fresca e moderna su problemi troppo spesso oscurati dai sentimentalismi e dalle ire patriottiche. La guerra è una grande illusione, non perché abbiamo l’obbligo di essere ottimisti o buoni, ma per il semplice fatto che è contraria all’interesse del genere umano.