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La gravità dell’amore

La gravità dell’amore
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L’inverno sta quasi per terminare lasciando il posto, finalmente, alla primavera. Olof non sa dove andare. L’ospedale psichiatrico di Beckomberga è stato chiuso da poco. Lui ci ha passato la sua vita e ora l’unico luogo in cui ha voglia di tornare è il dormitorio dove lo aspetta il suo letto vuoto e abbandonato. Ora nell’ospedale psichiatrico di Beckomberga non ci sono più pazienti: è il 1995 e dopo quasi cinquant’anni la struttura a circa un chilometro da Stoccolma è stata chiusa. I pazienti, quei pochi rimasti, smistati in altri centri o presi in cura dalle loro famiglie. Jim ci ha passato moltissimi anni dopo essere stato trovato semicosciente nella neve, totalmente confuso e incapace di prendersi cura di se stesso. Così tanti anni che fa fatica, ormai, a ricordare la sua vita fuori di lì. Certo, c’è sua figlia Jakie che viene a trovarlo molto spesso. È lei la sua memoria storica. Lei che da bambina trascorre il suo tempo tra Beckomberga e la vita cittadina, conosce i pazienti, i medici, sa che suo padre, la sera, è stato libero di uscire e di avere contatti con le altre persone. Merito della lungimiranza del dottor Edvard Winterson, convinto che l'unico modo per rendere di nuovo “umani” i malati sia far avere loro una vita più “normale” possibile. I pazienti potranno nuovamente innamorarsi, stringere amicizie, creare nuovi legami, inseguire i loro sogni, sperimentare anche alcol e droga: continuare a vivere nonostante sia stata diagnosticata loro una forma di malattia mentale…

Provare a raccontare la vita dei malati psichiatrici è cimentarsi con uno degli argomenti più spinosi che un narratore possa scegliere: difficile non cadere nel pietismo, nel già detto, nella banalità. Sara Stridsberg costruisce un romanzo molto articolato, quasi fosse un puzzle che il lettore ha il compito di ricomporre e poi scomporre a suo piacimento. La memoria dei suoi protagonisti è frammentaria esattamente come la struttura narrativa e il parallelismo non è casuale ma una cifra stilistica volutamente scelta dalla scrittrice svedese. Si fa, a volte, fatica nella lettura nonostante lo stile paratattico: le storie sembrano apparentemente slegate tra loro, completamente sconnesse. Sta al lettore, con pazienza, individuare il filo rosso che lega tutte le esperienze di vita, tutte le sofferenze e le gioie dei protagonisti: i tentativi di un giovane dottore svedese di andare oltre le consuetudini e offrire ai suoi pazienti la possibilità di avere finalmente una vita “normale”, di non restare all’interno di una recinzione, di non essere solo numeri e pillole da ingoiare per stabilizzare il proprio umore, ma tornare ad essere “umani”, confrontarsi con la vita quotidiana, con le piccole cose che per chi è in un ospedale psichiatrico diventano prove difficilissime di sopravvivenza. Un romanzo complesso e necessario, una lettura interessante e impegnativa, che ci porta a riflettere sulle condizioni di vita dei pazienti negli ospedali psichiatrici al di la di ogni facile pietismo ma con la consapevolezza che a tutti deve essere concessa la possibilità di vivere al meglio la propria vita.