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La guerra di H

La guerra di H

Nel pomeriggio la spiaggia è verboten, vietata, perché riservata alle manovre dei bombardieri. A Kröslin, Volkmar, Dieter e Heinrich adorano raccogliere le conchiglie, sguazzare nel mare gelido, costruire castelli di sabbia, sotto l’occhio vigile della loro baby-sitter e della mamma Mutti. Ma c’è una cosa che Heinrich, il più grande dei fratelli, ama di più, ed è la merenda: il pane mangiato in spiaggia è delizioso! Si considera uno sgorbietto scuro, il primogenito, che ha appetito solo al mare, brutto anatroccolo rispetto ai fratelli più piccoli, tutti robusti e biondi. In famiglia gli dicono che è un tipo mediterraneo, testimonianza dell’arrivo degli antichi Romani lungo il Reno. Non è consolante per Heinrich pensare ai legionari che, fondando Colonia (Colonia Claudia Ara Agrippinensium), hanno lasciato una traccia anche nel DNA della sua famiglia. Si sente diverso dal resto della tribù, triste, insoddisfatto e solo il mare lo mette in pace con il mondo. Per questo non sopporta i pomeriggi, ma il padre è categorico: meglio giocare in pineta e, al limite, guardare le manovre degli aerei da lontano. Al tempo stesso è proibito toccare i bossoli dei proiettili, perché in mezzo a quelli esplosi ci possono essere quelli che esplodono da un momento all’altro, con il risultato di mani mozzate, occhi fuori dalle orbite e orrori di questo tipo, così come spesso si vede nelle foto sui giornali. I ragazzini, da buoni tedeschi, si beano di far parte della razza eletta, dei dominatori del mondo. Di guerra non si parla ancora, ma i preparativi sono in corso, perché “Si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace, preparati alla guerra e se lo dicono i Romani che non sono sprovveduti, vale anche per la Germania. Quindi il Reich non vuole aggredire un paese vicino, semmai difendersi, ma il padre dei bimbi, nel direttivo della Junkers, la più grande fabbrica di aerei, è certo a conoscenza che la guerra è imminente...

La guerra vista dagli occhi di bambini che non si distaccano mai dal senso comune della giustizia e sono costretti a chiedere sempre “Perché?” per ogni cosa, proprio perché lontani dalla follia degli uomini, Hitler e i suoi su tutti. Sono piccoli, è vero, ma hanno le idee chiare, spesso molto più che i loro genitori. Anche per questo motivo il più delle volte si sentono “strizzati come una camicia nella mani di una lavandaia sgarbata”, sballottolati a destra e sinistra, confusi, diffidenti di tutto, anche delle parole di mamma e papà. Vorrebbero capire certe scelte, poter dire la loro, frenare quella eccessiva bonomia e disponibilità del padre che di regola, prima con la Gestapo, poi con i sovietici, finisce sempre nei guai. La guerra vista dagli occhi di un bambino ti stringe il cuore, ti spinge a chiederti se mai qualcuno ha pensato a loro, al loro sentire, al loro non capire e al loro modo di essere più adulti dei grandi. I protagonisti di questo romanzo sono tutti realmente esistiti e l’autrice ha ascoltato questa storia direttamente da Heinrich Stein in primis e dai suoi fratelli, dai genitori che ha conosciuto. Le parole usate ci fanno avvicinare ancora di più a questi ragazzini che rinunciano ai loro desideri per mettersi a disposizione della famiglia (perché nel frattempo il padre è prigioniero e sono nati altri due fratellini che vanno protetti e curati), che fanno sacrifici nel rimboccarsi le maniche al posto degli adulti, che dubitano che la verità sia quella che raccontano loro, hanno paura per sé e per i propri cari, hanno alle domande senza risposte, sogni rubati, fame che non dà tregua, difficoltà senza fine, assistono ogni giorno a eventi di cattiveria pura, in una fase della vita in cui avrebbero dovuto essere solo felici e spensierati. E viene spontaneo chiedersi se li tuteliamo abbastanza questi bambini, ma la risposta è palese visto che continuano a vivere gli orrori di una guerra che non è la loro anche oggi. Basta pensare all’Ucraina, alla Striscia di Gaza, dove il pensiero corre immediatamente. E ai bambini che meriterebbero proprio una sorte diversa...