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La Guerra Mondiale n°3

La guerra mondiale n. 3

Siamo negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra mondiale, la popolazione accarezza la speranza di un avvenire più stabile e soprattutto di pace. Le due superpotenze hanno dato vita a due blocchi contrapposti, “carichi di elettricità ideologica di segno contrario”. L’ONU sarebbe incaricata di vegliare sulla pace del mondo, ma tutto ciò che riesce a produrre sono “montagne di rapporti, nomine di commissioni e sottocommissioni, discorsi e perdite di tempo”. Lo scontro politico e sui mass media è feroce, la polemica è quotidiana e insanabile, la frattura culturale si fa velocemente profondissima. Il pianeta sembra “nelle mani di due Ercoli fanciulli che per il momento si affrontano a colpi di slogan ma i cui bollenti spiriti fanno temere il peggio”. E infatti una serie di incidenti diplomatici e di crisi internazionali fanno precipitare la situazione: per fortuna il Presidente degli Stati Uniti Caffery e l’anziano maresciallo Ustakin, leader del Cremlno, stipulano un patto bilaterale e annunciano l’avvio di colloqui di pace a Mosca. Il mondo tira un sospiro di sollievo, ma i colloqui non vanno affatto come sperato: il Segretario di Stato Donald H. Curry si sente dire da Ustakin che la condizione dell’Unione Sovietica per la pace mondiale è il totale disimpegno americano dall’Europa. La discussione tra le delegazioni diplomatiche statunitensi e sovietiche va avanti per giorni ma non porta a nessun risultato concreto, un accordo pare impossibile e Curry se ne torna a Washington con le pive nel sacco, spiegando al Presidente Caffery che “il vecchio orso ha più fame che mai”. Dopo qualche settimana, Caffery – inaugurando la nuova pista in materiale idroplastico di Indianapolis – pronuncia il discorso che passerà alla storia come “Inno alla Libertà”, ma che assomiglia molto a una dichiarazione di guerra, perché in esso l’Europa viene definita come “punto nevralgico” per gli USA, che si impegnano a “difenderla ovunque con le armi”. Mezz’ora più tardi la traduzione del discorso è sulla scrivania di Ustakin a Mosca: il leader sovietico indice una riunione d’urgenza del Comitato Centrale del PCUS, al termine della quale un telegramma cifrato che contiene solo la parola “Ottobre” viene trasmesso a Varsavia, dove si trova il quartier generale del maresciallo Husspypiev, comandante in capo dell’Armata Rossa in Europa. Alle quattro del mattino, centonovantadue divisioni blindate sovietiche invadono la Germania dell’Ovest…

Jacques Spitz (1896-1963) è stato uno degli autori più importanti della Fantascienza francese della prima metà del Novecento, ma è poco noto in Italia, dove il pur notevole L’occhio del purgatorio – arrivato da noi solo nel 1973 sebbene fosse del 1945 – è rimasto per decenni l’unica sua opera tradotta. Questa antologia, costituita da un romanzo breve e sei racconti, a dire il vero non colma questa lacuna perché è uscita postuma anche in Francia, e non raccoglie “classici” di Spitz ma opere finora inedite scritte più o meno nell’ultimo decennio della vita dell’autore. La title-track, che è anche il piatto forte del libro, sarebbe tecnicamente una ucronia se non fosse stata scritta quasi in tempo reale, subito dopo la Seconda guerra mondiale, all’alba della Guerra Fredda. E perciò è forse più propriamente fantapolitica, sebbene la descrizione dello scontro all’ultimo sangue tra Unione Sovietica e Stati Uniti, tra armi tradizionali, armi nucleari e trovate fantascientifiche più o meno spaventose (ultrasuoni che distruggono lentamente i neuroni, buchi nella fascia d’ozono aperti in corrispondenza delle metropoli, soldati “congelati” in attesa della battaglia, batteri che causano un singhiozzo invincibile e letale, reattori nucleari usati per modificare l’inclinazione del globo terrestre in modo da spostare il Polo Nord a Mosca e seppellire l’URSS in una tomba di ghiaccio) sia in fondo poco attenta alla plausibilità. Spitz ha un piglio più che altro satirico (i personaggi sono sempre sopra le righe, i popoli ostaggio di cliché) che strappa qualche sorriso qua e là ma finisce anche per disinnescare la forza del racconto, minata anche dalla scontata struttura “a libro di storia”, e pare interessato soprattutto a lanciare un messaggio di rassegnato fatalismo: la guerra è eterna, gli uomini sono pazzi.