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La legge degli spazi bianchi

La legge degli spazi bianchi

Il dottor Fleischmann scopre un giorno di non ricordare il numero di telefono del suo migliore amico. Non lo chiama da un mese, e quel numero è uscito irrimediabilmente dalla sua memoria. Poi è la volta delle parole comuni, e pezzo dopo pezzo sempre più parti del linguaggio cominciano a svanire dal suo orizzonte cognitivo, finché anche i suoni per lui privi di significato delle preghiere scompaiono definitivamente... Mentre è di stanza come medico in Ungheria, nel 1945, il dottor Friedmann riceve la visita di una donna e della sua bambina, Vera. La bambina non parla, e nonostante i suoi sedici anni, ne dimostra a malapena sette. Obbedendo a leggi che esulano dalla scienza, il dottor Friedmann è costretto ad avvicinarsi a questa famiglia, fino a perdere di vista il meccanismo che regolava la sua esistenza, fino a creare intorno a sé una finzione giustificata dalla ricerca, che però nasconde una lotta per ricostruire un rapporto identitario tra medico e paziente... Tre fratelli con lo stesso tumore si presentano a un dottore nell’arco di più un trentennio. Tutti sono inguaribili, ma è quando il dottore visita l’ultimo dei tre che è costretto a fare i conti con il suo passato: su cosa sia una verità scientifica, su cosa siano le malattie, fino a capire “che le malattie e la forma stessa della morte altro non sono che simboli”...

In La legge degli spazi bianchi, Giorgio Pressburger racconta le storie di alcuni medici “conosciuti durante l’infanzia e mai dimenticati”. Dal libro è stato tratto un film uscito nel 2019 per la regia di Mauro Caputo, cosa che ha riportato un po’ di attenzione su questa interessante raccolta di racconti. Pressburger torna all’infanzia, dunque, e in questo modo torna anche in Ungheria, terra dalla quale fuggì a seguito dell’invasione sovietica, e nella quale sono ambientate le storie di questi medici. Sono storie che sovvertono le regole della malattia e della guarigione, che indagano sul ruolo del medico e del paziente. Ciò che intriga il lettore di questi racconti è il fatto che Pressburger non propone una semplice ricerca della verità o un’indagine su un mistero scientifico, quanto piuttosto una ricerca sul significato che le malattie e altre disgrazie assumono nella nostra vita. La scrittura assume quindi un carattere investigativo, si sviluppa una sorta di trama latente: tra le righe che raccontano le storie dei dottori, negli “spazi bianchi”, è possibile percepire sempre l'intento di raccontare qualcosa che va oltre la storia di una diagnosi da parte di un autore al riparo da malattie, in salute, e per questo motivo, non assoggettato alla paura che i guaritori infondono nel malato. “Le mie paure si sono in parte dileguate”, dice Pressburger nella prefazione; “in parte” appunto, perché c’è effettivamente qualcosa di inquietante tra le righe che raccontano questa ricerca di significato sui mali dell’uomo.