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La legge dei padri

La legge dei padri

Tribunale di Kindle Country, Stati Uniti, 1995. Tocca a Sonny, Sonya Klonsky, presiedere, in qualità di giudice, al processo che vede imputato Nile Eddgar, figlio del noto senatore Loyell, sospettato di essere il mandante dell’omicidio della madre per mano di uno dei tanti sbandati che fanno parte delle bande criminali dei sobborghi della città. Inspiegabile è proprio il fatto che la donna si trovasse quasi all’alba in quella zona malfamata della città, attirata forse in una trappola da Hardcore, capo di una delle bande di quartiere e sorvegliato di Nile, o forse vittima di uno scambio di persona. Per Sonny si tratta di una situazione molto complicata e non solo per l’abilità di Hobie, avvocato difensore di Nile che riesce a mettere in dubbio molte delle certezze portate dall’accusa. La sua vita, arrivata al traguardo dei cinquant’anni, ha dovuto affrontare molte battaglie: una malattia che l’ha quasi messa al tappeto e poi il divorzio e una figlia da crescere da sola. Ma non è solo questo. Dentro quell’aula di tribunale ci sono molte persone che lei conosce dai tempi dell’università, da quegli anni Settanta pieni di sogni ma anche di violenza. Le manifestazioni studentesche, la guerra del Vietnam, l’organizzazione politica chiamata Black Panther Party, sono come prove che vengono portate sul banco e che per Sonny tornano come ricordi troppo dolorosi e rimpianti. Le fasi processuali si trasformano quindi in una rielaborazione del passato, di quel tempo di sentimenti forti, amore e odio e ribellione, e del bisogno di chiudere un cerchio mai chiuso. E allora forse non è più nemmeno così importante scoprire il vero assassino, perché tutti hanno avuto una parte in questa storia che ha aperto una breccia nel loro passato...

Un’aula di tribunale che si trasforma in una porta del tempo e uno specchio nel quale guardarsi e scoprire la verità. Che poi, cos’è la verità? È una difesa, non è vero? Ci si chiede. Dipende dalle accuse, ma non è mai qualcosa di facile e semplice e nemmeno risolutivo. I colpevoli si possono anche scoprire, le ragioni per le quali hanno commesso un crimine forse no. Scott Turow, qui la nostra intervista allo scrittore e avvocato statunitense, sa bene, grazie anche alla sua professione, come gestire questa atmosfera e la tensione che si respira al suo interno, fatta di scambi di accuse, veloci ribaltamenti di fronte e poi confessioni, giuramenti e ammissioni. E sa come tagliare e poi ricucire i ritorni al passato di un gruppo di persone che hanno vissuto in un’epoca di contestazioni, di rivoluzioni grandi e piccole. Che hanno perso molto e guadagnato poco e che venticinque anni dopo si ritrovano tutti assieme a fare i conti con ciò che non hanno deciso allora. La legge dei padri è anche un monumentale affresco sull’America di ieri e di oggi, sul significato di “diversità”, di difficile comprensione e sin troppo facile interpretazione. “Il fatto è che in questo paese” dice Hobie “nessuno, nero o bianco, sa che cosa pensare della diversità. Ci sono un sacco di bianchi che dicono a se stessi di non sentirlo come problema. Se alla porta accanto viene ad abitare uno di quei simpatici tizi neri che compaiono in televisione (...). Ma, chiunque sia, che non osi sposare le loro figlie (...). E noi, accidenti, non stiamo molto meglio. Siamo tutti orgogliosi di essere diversi, vogliamo esserlo, tranne quando i bianchi ci dicono che lo siamo.” L’integrazione, ieri come oggi, è un sogno che puntualmente si infrange.