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La legge del bar

La legge del bar

Febbraio 1969. Francesco deve sostenere uno dei suoi quattro esami universitari di latino. Ripassa i paradigmi dei verbi: le prime due persone singolari del presente indicativo, il perfetto, il supino e l’infinito. Sa bene cosa significa dubitare arrivati al perfetto, sotto lo sguardo beffardo di un insegnante, ma è proprio questo che vuole diventare: un professore di latino. Nonostante riconosca l’esistenza di illustri personaggi che di sicuro non ne conoscono una sola parola – come Madre Teresa di Calcutta o Garibaldi - lui ha comunque scelto questo per il suo futuro ed ora passa il tempo a ripetere i circa trecentocinquanta paradigmi, con una particolare attenzione per quelli irregolari. All’improvviso una voce lo richiama dalla strada: si tratta di Mengo, una vaga conoscenza che frequenta il bar sotto casa, dove talvolta Francesco si reca per un caffè o una partita a flipper. Mengo non è un semplice imbianchino, ma un uomo dotato di grande saggezza popolare e profonda conoscenza del mondo, capace di spiegargli che bisogna guardarsi bene da un uomo che gioca troppo bene a dama “perché c’è un solo posto dove si gioca a dama dalla mattina a sera, non avendo altro da fare, ed è il gabbio”, la galera. Mengo gira per la città in sella al suo motorino e, dopo aver richiamato l’attenzione di Francesco, lo saluta cantando una strofa di una canzone, per poi sparire contromano nella nebbia…

Francesco Guccini è considerato uno dei più rappresentativi e popolari autori del panorama culturale nazionale, in vari ambiti. Quello che ci consegna con La legge del bar sembra a prima vista un gruppo di racconti, ma in realtà si rivela come una vera e propria scatola del tempo. Bastano poche parole per ritrovarsi immersi nell’atmosfera fumosa di un bar di provincia, dove si resta in un angolo ad osservare silenziosi il tavolo dei giocatori di carte, sperando un giorno di essere chiamati a sostituirne qualcuno. È un tempo che non esiste più, dove ogni frequentatore ha un nomignolo, un ruolo, un posto preciso nella piccola comunità e dove decidere di raccontare un episodio della propria vita può voler dire essere preso in giro per sempre. Guccini tratteggia i personaggi con una dialettica vivace, ironica e ricca di umanità, capace di unire il linguaggio popolare alla riflessione colta, compiendo voli pindarici che atterrano perfettamente nel realismo quotidiano. La sua è una prosa diretta, a tratti cruda, ma intimamente affettuosa e legata ai dettagli che definiscono la gente comune, quella che abita la memoria e i ricordi di un tempo lento e vero. Il bar diventa un luogo simbolico: spazio di incontro, di narrazione e di emotività. È lì che si intrecciano storie, dialoghi, aneddoti e da lì si dipanano i fili di altri racconti, che sembrano riecheggiare mentre il lettore sorseggia un bicchiere di vino accanto agli avventori. Con toni ironici e malinconici, Guccini restituisce il valore della memoria collettiva, della saggezza popolare e dei legami umani, ricordandoci che in un mondo sempre più frenetico, la lentezza e l’ascolto sono forme di libertà. È il racconto di un tempo che c’è più, ma che attraverso le sue parole rivive per un istante e noi lettori ne diventiamo parte, in silenzio, in un angolo, sorridendo senza attirare l ‘attenzione.