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La legge della parola – Radici bibliche della psicoanalisi

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Perché Dio ha creato il mondo? Come è avvenuta la Creazione? La risposta alla prima domanda, che forse molti di noi non si sono mai posti, va dritta al cuore della psicoanalisi lacaniana introducendo uno dei termini suoi più significativi: “desiderio”. Dio ha posto fine al caos creando il mondo perché ne aveva desiderio e questo ci pone davanti a un Uno, a un Creatore che decide, non a un Uno che, come intende Plotino, crea il mondo per necessità, per una sovrabbondanza (hyperplères) di Sé di cui deve liberarsi. È una creazione-donazione perché “non implica alcun narcisismo divino: Dio non riflette la sua potenza nel mondo e il mondo, a sua volta, non è ridotto a essere lo specchio della sua grandezza” e infatti le creature sono distinte e autonome da Dio ma anche tra di loro, grazie al potere della parola creatrice che le nomina e, nominandole, le differenzia. Questa Legge della parola è centrale non solo in questa fase, ma in molti episodi della Torah; siamo di fronte a un Dio che parla, che si mette quindi in relazione, e cosa è questa relazione grazie alla parola se non “una delle radici proprie della psicoanalisi”? Nella relazione tra paziente e analista, la parola analitica crea una nuova realtà, la fa esistere (il paziente apprende che esiste una realtà vera rispetto a quella che le sue sovrastrutture mentali e comportamentali gli mostrano) così come quella divina fa esistere il mondo. Restando nel campo della psicoanalisi, come nella relazione madre-figlio a un certo punto c’è l’evento necessario del taglio, cioè dell’affrancamento del neonato dal seno materno per esplorare il mondo e la propria personalità, “per essere riconosciuto compiuto e autonomo”, così anche la relazione Creatore-creato subisce la stessa sorte: Dio mentre crea, mentre nomina, si distanzia anche da ciò che ha creato, crea un taglio, la Creazione significa già una separazione. Ma non è l’unica. L’altra separazione è quella di Adamo da sé stesso: quando Dio estrae una costola da Adamo per creare la donna, al fine di sollevarlo dalla sua solitudine depressa, offrendogli un “essere di parola e di desiderio” con cui relazionarsi, esegue quella che Lacan ha giustamente rinominato sépartition (separtizione)...

Massimo Recalcati si imbarca nella sfida di “leggere le Scritture per comprendere meglio la psicoanalisi” scoprendo di poter “annodare i fili di due discorsi (quello della Torah e quello della psicoanalisi) considerati storicamente eterogenei e radicalmente alternativi”. Affrontando alcuni degli episodi più significativi della Bibbia (che in tutto il testo viene indicata col nome ebraico per rendere più chiaro che si riferisce esclusivamente all’Antico Testamento, condiviso e dal Cristianesimo e dall’ebraismo) evidenzia come nella Bibbia si possano trovare alcuni dei fondamenti della psicoanalisi, in particolare di estrazione lacaniana, esaminando il mito della Creazione, come abbiamo visto, ma anche l’assassinio di Abele. Caino e il fratello sono i due poli di ciò che in tutto il libro viene definito relazione o rapporto, che sta alla base della Legge della parola, cioè l’Uno (da non confondersi con Dio) e l’Altro, i due pilastri su cui si fonda la vita umana. Caino è la dimostrazione che l’uomo non è naturalmente buono; la sua violenza, la sopraffazione fisica di Abele è la tendenza narcisistica a voler essere un tutto intero che basti a sé stesso, “a distruggere l’alterità, a trasfigurare l’umano in divino” così come già era successo nel giardino dell’Eden con Adamo ed Eva. Dove entra qui la psicoanalisi? Nella somiglianza tra violenza e allucinazione perché entrambe sono “una negazione del carattere doloroso e insopportabile della realtà quando questa diverge dalle nostre aspettative” e quindi si cerca rifugio in un mondo a noi più somigliante, eliminando in un caso e nell’altro gli ostacoli che vi si frappongono. Proseguendo nella lettura si incontrano altre “storie”: il diluvio universale, il sacrificio di Isacco, la lotta di Giobbe, per dirne alcune. Il tema è assolutamente inedito e interessante, la lettura richiede tempo e molti passaggi sugli stessi concetti, a causa della non sempre facile comprensione; non è un libro ad uso esclusivo degli addetti ai lavori ma sicuramente richiede un minimo di infarinatura sull’argomento. Non lo consiglio insomma come primo libro con cui affrontare Recalcati.