Quando si è molto piccoli si è inevitabilmente affascinati dalle cose molto grandi, che sono rare e dunque fanno effetto: il gatto è carino e coccoloso, fa figura su Instagram, ma gli occhi si strabuzzano, quando si è bimbi, per l’elefante allo zoo, la macchina è bella ma il tir a due piani con tanto di rimorchio – poi si cresce e quando te lo trovi davanti in autostrada a ottanta all’ora sulla corsia di sorpasso smoccoli mezzo calendario… - è stupefacente. Insomma, quando si è piccoli, quando lo straniamento non ha ancora lasciato il posto all’abitudine, e dunque alla rassegnazione, la regola generale è che più grande è, meglio è. Dal gelato in su. E se in certi ambiti vale anche una volta completato lo sviluppo, ma in quei casi ecco che arriva la frustrazione, perché il più delle volte il desiderio resta inappagato, in generale crescere, alla fine, non è appunto altro che un continuo, incessante, abituarsi. Però il fascino delle cose grandi rimane per esempio quando si pensa al luogo in cui vivere: dal paesino che non offre nulla ma dove campi tranquillo al caos della metropoli, ecco il motivo dell’esplosione del fenomeno del fuori sede…

Renato Nicassio, cui si devono varie pubblicazioni e il delizioso “Il Blog Struggente di un Formidabile Genio”, è un autore dalla prosa brillante, semplice, chiara, limpida, varia, accurata, precisa, puntuale, compiutamente descrittiva. Inoltre è nato negli anni Ottanta del Novecento, il secolo breve e passato, dunque ha vissuto la fine dell’età analogica e l’inizio di quella digitale, i cartoni animati al pomeriggio, i giochi per strada e quelli davanti al computer, l’avvento di certa musica pop e il declino di altri generi, la menzogna dell’ascensore sociale per cui la cultura avrebbe liberato tutti al grido di “lavorare meno, lavorare ognuno!”, salvo poi ritrovarsi fagocitati come l’elefante dal boa de Il Piccolo Principe in un mercato occupazionale in cui le assunzioni sono bloccate, le dimissioni sono in bianco, il disagio la fa da padrone, i padroni la fanno da padroni, i sindacati sono più padroni dei padroni, a venticinque anni si richiedono due lustri di esperienza sul campo, quattro lingue e due master per un posto da commesso part-time con mezza busta paga in nero ma poi se disgraziatamente ci si candida – o meglio, si fa l’application, perché chi siamo noi per non usare a sproposito termini stranieri? – per una posizione almeno in apparenza vagamente tutelata la risposta è sempre quella e no, non riguarda una merenda e un certo snack, bensì che si è troppo qualificati per non essere pagati, o retribuiti in visibilità. Ha attraversato tutto questo e vi è sopravvissuto, perché, per dirla con Kelly Clarkson, what doesn’t kill you make you stronger, e stronger than yesterday (questa invece è Santa Britney Liberata…): di più, talmente forte che ha deciso di fare l’insegnante alla secondaria, e il collegio docenti di un istituto comprensivo non si augura al peggior nemico, almeno non senza prima avergli offerto tre gin tonic, con molto gin e poco tonic, anzi, il tonic è pure pleonastico. E poiché non esiste opera che non porti traccia del suo artefice, anche quando si inventano, ma non è questo il caso, mondi altri, La legge di frustrazione universale è uno zibaldone effervescente, una pinacoteca di paragrafi, brevi prose, icastiche istantanee, storie, eventi e situazioni di vita quotidiana, tra lavoro, amori, amicizie, famiglia, traffico, relazioni a distanza, università, piccole cose di pessimo gusto che si prendono la rivincita sui massimi sistemi, concorsi, chat, visualizzazioni non risposte, paranoie, maturità, infantilismo, spaesamento, bisogno di aiuto e compagnia, ansie, ubbie e rancori sociali raccontata con intelligentissima, consapevole e amara ironia, perfetta fin dal titolo, che mette in evidenza il più diffuso sentimento nel mondo dei millennial fatto dai boomer, ossia la frustrazione, perché per quanto ci si sforzi più si vale meno si ottiene, e allora meglio prenderla con leggerezza, che però non è superficialità.