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La lettera del veggente a Paul Demeny

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Ci sono lettere e lettere. E ci sono poeti e poeti. Se a scrivere è uno spirito caustico, dissacratore, blasfemo, vocato alla provocazione, allora può accadere di tutto. Così è per la lettera che Rimbaud scrive nel tempo delle ribollenti passioni nella Francia della Comune. Un testo spiazzante, quindi. In esso si alternano poesie dai toni spesso deliranti, con celebrazioni eccentriche dei fatti di sangue che avvengono a Parigi, con importantissime dichiarazioni di poetica. Per dire che il poeta autentico non può né deve essere un uomo comune. Deve possedere uno sguardo acuto, orecchie sensibili, ed un gusto per il proibito. Una vocazione per il superamento di tutti gli schemi; per una rivolta senza compromessi contro ogni forma di tradizione consolidata. In ciò collocandosi su un terreno lontanissimo dalla sensibilità comune. Ecco perché il vero poeta deve scandagliare la sua anima e quindi farsi veggente. Ossia, aperto agli eccessi dei sensi, all’abbandono di ogni regola, alla sperimentazione di qualunque veleno, allo scopo di sprofondare nell’ignoto. E da qui tornare con l’anima colma di immagini poetiche da offrire agli iniziati. Insomma, deve farsi tramite tra la terra e il cielo, il noto e l’ignoto. E come un profeta ispirato o una creatura prometeica, frequentare il mistero e dotarlo di forme intellegibili.

Alternando versi ispidi e prosa densa, ricca di tensione, il poeta francese in queste poche pagine, finalmente tradotte integralmente in italiano da Davide Bregola, sorprende ancora una volta il lettore. A riprova della sua capacità di essere sempre e comunque provocatorio, eccessivo per gusto e scelta. Non esita perciò a portare davanti ad una sorta di tribunale i principali rappresentanti della poesia francese. Poeti e scrittori spesso sfatti, magari, come i romantici, inconsapevoli veggenti, ma comunque inchiodati a consuetudini che debbono essere radicalmente cancellate. I giudizi più taglienti sono riservati ai grandi classici, ma anche a Musset. Mentre è addirittura accostata ad un dio la figura di Beaudelaire, il primo dei poeti veggenti: maledetto, iconoclasta, poeta nonostante l’ambiente in cui si è formato ed è vissuto. Il testo, al di là delle asprezze stilistiche, resta di godibile lettura e può essere interpretato come un’importante sollecitazione a rileggere un poeta che, tra gli ultimi, ha rivendicato con forza la necessità di fare sopravvivere la poesia nel grigiore della contemporaneità.