Norolani, settembre 1917. Questa volta Mallena ha portato con sé la figlia, la piccola Rosa. Mentre la bambina se ne sta in disparte nella stanza in cui Lucia, con un’enorme pancia, si lascia andare a urla e spinte con una forza che pare non essere affatto sua, Mallena, la levatrice del paese, incita la donna, le dà qualche consiglio sul momento esatto in cui concentrarsi per la spinta finale e l’assiste passo passo in quel meraviglioso e faticoso momento che è il parto. Quando finalmente un vagito irrompe nella stanza, Mallena lega rapida un filo intorno al cordone ombelicale del piccolo e poi, sotto lo sguardo attento di Rosa, lo trancia con il coltello a serramanico che ha estratto dalla tasca della gonna e passato sulla fiamma più volte. Poi massaggia il neonato con olio tiepido, controlla braccia e gambe per verificare che non ci siano lussazioni e lo avvolge nei panni che Rosa, svelta, le porge. Il nuovo nato è un maschio e, a giudicare dalla potenza del suo pianto, è un torello. Nella penombra Rosa nota che Lucia cerca di distinguere i tratti del nuovo figloi. Mallena, intanto, aspetta che la placenta esca dal corpo della giovane madre, poi incarica la zia di quest’ultima di sotterrarla in cortile, dopo aver scavato una buca profonda così che gli animali non possano nutrirsi di quella carne benedetta. Infine, insieme a Rosa, lava la puerpera con pezze di lino bagnate nell’acqua tiepida mescolata con vino e le mette tra le gambe un panno pulito e morbido, ripiegato in quattro. Quando Mallena e Rosa lasciano la casa, la bambina ha tra le mani un canovaccio di tela che contiene una forma di pecorino. La levatrice viene pagata così dagli abitanti del paese, che ricorrono al suo aiuto quando qualcuno deve partorire. E, poiché il marito di Mallena, Jubanne, è impegnato al fronte, come quasi tutti gli uomini, tocca a lei provvedere al sostentamento della famiglia. E il sussidio comunale a fronte del suo lavoro, finora, non le è stato concesso…

Due donne molto diverse che, tuttavia, rappresentano le due facce di una medesima medaglia: Angelica, coraggiosa e istruita, viene rifiutata dalla comunità presso cui è costretta ad andare; Mallena, carica di esperienza, fatica a venire accettata da un sistema che sta cambiando e per il quale la saggezza popolare non rappresenta più, come in passato, un valore aggiunto. Due donne in lotta, quindi; due figure agli antipodi che, tuttavia, mostrano la medesima caparbietà, la stessa determinazione e un uguale spirito indomito, caratterizzato in fondo da uno stesso desiderio di indipendenza e di affermazione. Bibbiana Cau, ostetrica sarda che nel corso della sua lunga carriera lavorativa ha avuto il privilegio di aiutare molte vite a nascere, offre al lettore un romanzo potente e intenso, una storia in cui la saggezza popolare si mescola con il progresso e crea frizioni difficili da affrontare. Mallena è la llevadora, figura fondamentale per la realtà in cui vive: la sua esperienza, messa a disposizione della comunità di Norolani, è un sapere antico trasmessole dalla madre. Nulla chiede in cambio, Mallena, fino a quando le condizioni di salute del marito, rientrato dalla guerra ferito nel corpo e nell’anima, richiedono cure costose. E, per pagarle, Mallena reclama un compenso per il lavoro svolto, ma il consiglio comunale glielo nega. Anche Angelica, ostetrica laureata inviata a Norolani per sostituire la llevadora, è una donna che porta su di sé profonde cicatrici, frutto di scelte di vita coraggiose e poco convenzionali. Le due donne troveranno un terreno comune – la lotta contro le ingiustizie e il giudizio – che le avvicinerà anziché farne due nemiche. La sorellanza tra le due si rafforza poi quando l’intera comunità, nel momento di maggior bisogno, si schiera al fianco della llevadora per aiutarla a imprimere una svolta al suo destino. Un romanzo storico ben strutturato, che celebra la forza femminile, capace di risuonare con ancora maggior vigore se inserita in una realtà come quella raccontata dall’autrice, una Sardegna aspra ma orgogliosa e fiera delle proprie tradizioni e delle proprie radici.
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