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La luce che pioveva

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Maria odia l’estate e non vede l’ora che finisca. Poiché non c’è scuola, in questa stagione non c’è tregua dal lavoro nei campi o nelle stalle e sue padre - con quelle mani grandi utili a innestare rose o a picchiare sulla testa - è sempre accanto a loro, pronto per esempio a svegliare sua sorella Elisabetta con parole brusche e a buttarle una mestolata d’acqua in faccia. La mamma non fa altro che far apparire all’improvviso nuovi bambini, come l’ultimo che Maria ha notato appoggiato sul grembo della donna oggi, quando è rientrata dal campo: due manine che perlustrano l’aria come a cacciare un nugolo di mosche, poi se le stropicciano sul viso. Quando chiede a sua madre da dove arrivino tutti quei bambini, le viene ripetuta la storia del cavolo - pare che i piccoli vengano ritrovati la mattina presto tra le foglie di questo ortaggio, chiuse come petali a proteggere i piccoli - anche se l’ultima volta Maria non si spiega l’incongruenza tra il ritrovamento nell’orto di un bambino, all’alba, e il fatto che la madre, per la prima volta, ha trascorso la notte fuori casa. Forse in mezzo ai lupi, chissà! Certo è che è accade di frequente che Maria venga mandata dai Cavaglià, i cugini di suo padre, insieme ai fratelli e, quando rientrano a casa, le stanze sono tutte in disordine e in casa c’è un bimbo nuovo. È così che sono arrivati Cecilia, Elisabetta, Paolo e gli altri. Anche Michele è uno dei fratelli di Maria. Lui fa cose che non si potrebbero fare. Infatti, continua a prendere botte, tutte le volte che suo padre riesce ad acciuffarlo, anche a distanza di giorni. È l’unico che, quando il padre lo invita ad avvicinarsi, scappa a gambe levate e sparisce tra i campi. Il padre lo insegue per un po’ di tempo, poi ci rinuncia e lascia passare qualche giorno. Poi, all’improvviso, magari mentre tutti sono a tavola, a Michele arriva una manata in testa così forte da farlo cadere dalla sedia…

Siamo fatti di storie, ciascuna delle quali altro non è che la somma di memorie di chi, in quel meraviglioso cammino che è la vita, ha mosso i propri passi prima di noi, indicandoci la via da seguire. Siamo fatti di memoria, soprattutto di quella che sgorga, come una linfa che dà vita, dalle nostre madri. Il romanzo di Giuliana Zeppegno - torinese residente a Madrid, classe 1980, insegnante di italiano come lingua straniera, traduttrice dallo spagnolo - è una meravigliosa storia di ricordi, una sorta di dialogo di una figlia che, servendosi un’insolita seconda persona singolare, tratteggia la vita ordinaria, minuscola e normale della madre, una figura che è bambina nell’Italia del dopoguerra e giovane donna negli anni Sessanta, così turbolenti e significativi. Si tratta quindi del racconto di una vita in cui “non vi succede quasi nulla, ma si potrebbe anche dire che vi succede tutto”. È la storia di Maria, la madre della voce narrante, che attraversa la Storia - a partire dagli anni Quaranta dello scorso secolo, fino ad arrivare ai nostri giorni - e impara pian piano a diventare se stessa, a scoprire la libertà di conoscersi e di lasciare dietro di sé l’ingombrante fardello rappresentato da tutte le tensioni che hanno punteggiato la sua esistenza e per le quali non è più necessario, finalmente, cercare una spiegazione. La Zeppegno maneggia le parole con una delicatezza estrema e offre ai lettori un testo nel quale si respira un profondo sentimento d’affetto e di ammirazione nei confronti di una donna ironica e riservata, ostinata e sagace, capace di attraversare contraddizioni e cambiamenti sociali e di procedere nella direzione, assolutamente contraria a quella impostale durante l’infanzia, di un’esistenza ordinaria e, proprio per questo, unica. Ricordi scomposti ma ancora ben impressi nella mente, istantanee che, per quanto datate, non hanno perso né luminosità né spessore, che raccontano la morte di John Lennon e la caduta delle Torri Gemelle accanto a gite in montagna e a una quotidianità in cui una suocera ingombrante o una nebbia più fitta del solito possono scardinare abitudini e generare terremoti le cui ripercussioni vanno arginate, per evitare si trasformino in drammi. Rimaneggiare i ricordi per dimenticare e, allo stesso tempo, per reinventare attraverso il filtro dello stupore e della meraviglia: questa è la grandezza del romanzo, un meraviglioso gesto d’affetto che scioglie nodi, rende collettiva una memoria esclusivamente privata, ridefinisce e addolcisce i contorni di un’età che avanza e mostra che ogni esistenza, anche la più semplice e apparentemente banale, porta in sé una luce che le permette di splendere e di rischiarare il buio.