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La luce degli incendi a dicembre

La luce degli incendi a dicembre

È la vigilia di un lungo weekend e Margherita Corallo è seduta su un Frecciarossa, avvolta in un cappotto beige che la fa sentire più vecchia, combattuta tra il senso di colpa e una piccola euforia inspiegabile. Si concede una pausa. Non è una fuga definitiva, pensa, ma una sospensione necessaria, maturata senza clamore. Guardandosi riflessa nel finestrino, deformata e instabile, non si riconosce. Quel momento di estraneità la inquieta. Nel vagone entra un uomo alto, Marcello, carico di pacchetti dorati e con una valigia blu. Per un cambio di posto casuale, finisce seduto vicino a Margherita. Tra i due si crea subito una prossimità silenziosa, fatta di piccoli gesti e osservazioni. Poco dopo, Margherita riceve una telefonata dal figlio: lo rassicura, minimizza la propria rabbia, parla di “aria”, promette un ritorno a breve. Marcello, che ha ascoltato involontariamente, le chiede con delicatezza se va tutto bene. Il dialogo che segue è inizialmente impacciato, ma poco dopo i due iniziano a parlarsi davvero. Marcello racconta della figlia, che chiama affettuosamente “cipolla”, della commozione che provava tenendola in braccio da neonata. Margherita sorride, si rilassa. Il tono si fa più intimo, senza diventare invadente. Quando il controllore verifica i biglietti, emerge che entrambi sono fuori posto, ma decidono di restare lì. Anche Margherita, lentamente, trova il coraggio di raccontare. Parla del marito, uomo concentrato solo sul lavoro, incapace di occuparsi della casa e della gestione quotidiana, cresciuto in un modello familiare che lo ha reso passivo e inconsapevole. Racconta del figlio adolescente, che rischia di replicare lo stesso schema. Spiega che non si tratta solo di faccende domestiche, ma di un carico mentale e affettivo che ricade interamente su di lei. La sua decisione di allontanarsi nasce da qui…

Il nuovo romanzo di Matteo Bussola si muove in quello spazio sottile in cui “il prima e il dopo” di una vita, anzi di due vite, si separano. Bussola racconta una storia apparentemente semplice – un incontro su un treno – e la trasforma in un campo magnetico dove si attraggono fragilità, rimpianti, possibilità. Margherita e Marcello sono due adulti in transito. Lei si allontana da una vita che non riesce più a sostenere, lui sta tornando a una realtà segnata da perdite e responsabilità. Non c’è fuga romantica né promessa facile: c’è uno spazio-tempo sospeso, quello del viaggio, in cui le difese si abbassano e le parole trovano il coraggio di uscire. Parlano di figli, di coppie che si sono consumate senza esplodere, di stanchezze che scavano senza fare rumore. Parlano, soprattutto, di quello che non sono riusciti a dire prima. La forza del romanzo sta tutta qui: nel dialogo. Un dialogo che si accende lentamente. Bussola non forza mai la mano, non spinge i personaggi verso una soluzione rassicurante. Al contrario, li lascia abitare l’ambiguità, l’incertezza, il desiderio che non sa ancora se diventerà scelta. L’“incendio” del titolo non è distruzione, ma energia fuori stagione: qualcosa che scalda quando in teoria non dovrebbe più farlo. Bussola invita il lettore a riflettere sul fatto che, anche quando tutto sembra già deciso, siamo ancora in tempo per fermarci, guardare meglio, scegliere se restare o ripartire. Ma non è tutto. C’è anche un livello metanarrativo, mai dichiarato ma chiarissimo: mentre Margherita e Marcello raccontano le loro storie, il lettore si scopre a inventarne altre. Quelle delle persone sedute nel vagone, quelle che vediamo ogni giorno senza sapere nulla. E allora, forse, questo libro mostra anche uno dei compiti fondamentali della narrativa: insegnare a osservare la vita – e coglierne la vera essenza – parlando d’amore, di incontri casuali o di parole dette a metà.