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La luce degli istanti felici

La luce degli istanti felici

Marzo 1955, Roma. La Città Eterna ospiterà le Olimpiadi del 1960 ed è già tutta piena di cantieri. Si aprono nuove strade e nel Villaggio Olimpico si edificano palazzine destinate a ospitare gli atleti. Tutto intorno, poi, stanno nascendo impianti sportivi, palazzetti coperti, piscine e stadi di calcio. Anche la zona in cui vivono Benedetto ed Elena è coinvolta in questa esplosione di cemento e di asfalto che, ovunque, copre l’erba dei prati e la terra nuda. Benedetto guarda fuori dalla finestra e scorge in lontananza le colline ricoperte d’erba e, qua e là, le margherite pratoline già fiorite. D’altra parte, nell’inverno appena terminato non è mai arrivato il freddo, quello vero. L’uomo respira profondamente e apre la finestra in canottiera e pantaloni del pigiama, mentre la moglie, ancora sotto le coperte, si lamenta per l’aria fresca che entra in camera e caccia via il tepore notturno. La scena, a dir la verità, si ripete ogni mattina, perché Benedetto ogni giorno, come prima cosa, spalanca la finestra per far cambiare aria all’ambiente ed Elena, immancabilmente, sacramenta per questa – pessima, a suo dire – abitudine del marito, dalla quale proprio non riesce a farlo desistere. Benedetto ed Elena sono sposati da tempo ormai e sanno che, in realtà, vivere insieme è anche questo. Accettare – o sopportare – le cose dell’altro che non ci piacciono o che non si possono cambiare. I due, insieme, hanno costruito una famiglia solida e, negli anni, hanno avuto tre figli: Patrizia, che ogni giorno appena sveglia si infila nel letto dei genitori e si stringe forte alla madre, in attesa che il padre faccia il solletico a entrambe; Nino, che si sistema accanto al papà ogni volta che questi si rade, attento a non perdere ogni mossa del magico rituale e chiedendo in continuazione quando potrà farlo anche lui; Annamaria, la maggiore, a cui piace, ricambiata, Giancarlo, il figlio della signora Maria, la loro vicina di pianerottolo…

Dopo Da parte di Padre, Gli anni belli e Il coraggio delle madri, Marco Proietti Mancini – romano, classe 1961 – offre al lettore il quarto capitolo della saga familiare della famiglia Properzi, che parte dai primi del Novecento e arriva, con quest’ultimo volume che può tuttavia essere letto senza essere obbligati a conoscere l’intera vicenda o a rispettarne la sequenza temporale, al 1961. La storia di Benedetto ed Elena – che vivono a Roma ma non si allontanano mai troppo da quelle radici che vanno ricercate a Subiaco, paese da cui tutto ha inizio e che rimane, per i protagonisti, fulcro e motore della loro esistenza – è una serie di istantanee ricche di particolari, pur nella loro complessiva semplicità. Perché è di gente comune che si parla in questo romanzo, gente capace di costruire una famiglia serena e appagata, sullo sfondo di un’Italia che si è ormai leccata le ferite di guerra e sta rifiorendo con rinnovato vigore. Leggere della famiglia Properzi è come aprire l’armadio della vecchia casa dei nonni, o dei genitori, assaporarne i colori e richiamarne alla memoria gli odori. È inevitabile, leggendo dell’amore nascente tra Annamaria e Giancarlo, delle lunghe vacanze estive a Subiaco o delle chiacchierate in bagno tra Benedetto che si rade e il piccolo Nino che lo guarda ammirato, ripensare alla storia della propria famiglia, al suo bagaglio di aneddoti e consuetudini e capire che la vita di ciascuno merita di essere romanzata, perché, per quanto banale e apparentemente ordinaria possa apparire, racchiude passione, sentimenti, inciampi del cuore, paura, dolore e amore. Il talento di Proietti Mancini sta proprio nella sua capacità – attraverso una scrittura semplice, non eccessivamente ragionata, che si rivolge direttamente al cuore – di dare intensità e dignità al quotidiano; le pagine del suo romanzo sono un viaggio a ritroso nel tempo che, tuttavia, affronta temi quanto mai attuali e importanti, primo fra tutti la capacità di riconoscere quegli istanti di felicità, tanto inconsistenti quanto abbaglianti, che la vita regala a ciascuno. Si tratta di momenti preziosissimi, che vanno riconosciuti e vissuti appieno, perché rappresentano l’unico motore in grado di alimentare l’attesa che separa ciascuno di questi attimi da quello successivo.