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La lunga notte di Parigi

La lunga notte di Parigi

Santa Cruz, 24 giugno 1953. Jean-Luc, un uomo magro, con una malformazione alla mano sinistra (ha infatti solo il pollice e un altro dito) e una grande cicatrice sul volto, si trova a casa con la moglie Charlotte e il figlio Samuel quando due poliziotti, Mr. Jackson e Mr. Bradley, suonano alla sua porta e gli chiedono di andare con loro in centrale, per cercare di fare chiarezza su alcuni episodi che risalgono al passato, ma che sono attuali più che mai. Subito Jean-Luc è sopraffatto dai ricordi e la sua mente torna agli anni della guerra, in particolare al 1944. In quel periodo, lavorava come manutentore alle rotaie a Darcy, punto in cui, si mormorava, passassero treni carichi di prigionieri, stipati, che raggiungevano il confine per poi essere deportati in uno dei campi di sterminio tedeschi. I lavori erano supervisionati dai boche, ovvero i tedeschi, che si assicuravano che gli interventi di manutenzione fossero perfetti. Nessun operaio francese, però, ha mai realmente visto i treni passare da lì, anche se ogni mattina c’era sempre qualche oggetto, come un cappello, una scarpa o un pelouche, segno che delle persone avessero davvero transitato durante la notte. Il peso che Jean-Luc si porta dentro è insostenibile. Non si considera certo un collabo, uno di quei francesi che collabora in segreto con i tedeschi, ma lavorando per loro alla ferrovia gli sembra quasi di essere dalla loro parte. Ha anche provato a sabotare dei binari, ma tutto quello che ha guadagnato sono stati un femore rotto e una cicatrice in volto, causata dal piede di porco che gli è scivolato. All’improvviso una mattina, gli si avvicina una donna, stipata su uno dei treni, probabilmente in ritardo, e gli affida il suo bambino, che ha solo poche settimane. Per salvarlo, Jean-Luc ferisce un boche, consapevole che dovrà farsi alla fuga. Grazie al sostegno e all’amore di Charlotte, i due riescono a scappare ed entrare clandestinamente negli Stati Uniti. Qui riescono a condurre una vita serena e a far crescere Sam felice. Fino al momento in cui i veri genitori di Sam si presentano in USA, e rivogliono indietro il loro bambino…

Nel romanzo La lunga notte di Parigi, Ruth Druart riesce a fornire un punto di vista differente e un po’ insolito di una delle pagine più buie della storia contemporanea. Jean-Luc non è di origine ebrea, non viene perseguitato né catturato. Allo stesso tempo non è un collabo, né un filonazista. È semplicemente un francese che vive in una città occupata dalle truppe del Führer. Dopo la partenza del padre, ha promesso alla madre di prendersi cura di lei, inviandole del denaro e aiutandola in caso di bisogno; ha quindi bisogno di lavorare e deve farlo con dei supervisori tedeschi. Jean-Luc è sempre combattuto, vive in bilico tra dovere e ideali. Secondo lui, il solo fatto di fare il suo lavoro lo rende complice. Tutte le voci e i racconti che iniziano a diffondersi insistentemente nel 1944, insieme ad oggetti quotidiani, semplici e allo stesso tempo apparentemente dimenticati, gli fanno capire che probabilmente tutto ciò che viene detto sommessamente è vero. Ed è proprio questa consapevolezza che lo sprona a fare qualcosa. È difficile fare la differenza, ribellarsi e cambiare le cose quando non si sa di chi potersi fidare, chi dei colleghi e dei conoscenti condivide le stesse idee e chi invece in apparenza lo è, ma di fatto riporta ai tedeschi. Allo stesso tempo, viene messa in luce la forza dei genitori, e non solo di coloro che hanno messo al mondo il bambino, ma anche chi ha promesso di curarlo e proteggerlo, che lo ha cresciuto. L’amore dei genitori per i figli, anche se non di sangue, va oltre la paura, è pieno di un coraggio e di una determinazione che non ha eguali. Un romanzo ricco di speranza, che cresce ad ogni pagina, ma anche denso e intriso di tristezza, un dolore invisibile che pesa come un macigno. Scorrevole ma intenso allo stesso tempo.