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La mafia nello zaino

lamafianellozaino

Da Santo Frenu, il barbiere del paese, nell’attesa di tagliare i capelli ‘u picciriddu pesca dalla cesta qualche “Topolino” da leggere anche se il suo interesse lo spinge a prendere i fumetti pornografici a lui ovviamente proibiti. Quel giorno gli capita fra le mani la “Gazzetta del Sud”, che gli viene però tolta e ributtata nella cesta lasciandolo a macerare di curiosità su una notizia appena intravista. Tornato a casa trova Raffaella, l’amica della mamma che il padre non sopporta perché la considera troppo libera e capace di “guastare la testa” alla moglie e ruba dalla sua borsa duemila lire che spinge in fondo alla tasca dei pantaloni. Inforcata la bici, corre dal giornalaio a comprare il quotidiano. La notizia che legge lo sconvolge. Un giovane è stato trovato morto con le mani tagliate, segnale inequivocabile di un’esecuzione in stile mafioso. Lui quel ragazzo lo conosceva e ne è turbato. Tornato a casa trova i due genitori preoccupati per la sua scomparsa ma dopo aver spiegato il motivo della sua uscita senza permesso chiede informazioni sulla mafia. Il padre Saro ne nega l’esistenza mentre la madre Melina ha una smorfia di disappunto, come se volesse dire la sua senza poterlo fare. Quella parola comincia a tormentare i pensieri del bambino fin quando un giorno, mentre è in una sala giochi ad aspettare il suo turno per giocare a flipper, sente degli spari in strada. Un lenzuolo buttato sul corpo dell’avvocato Cantarò, tante persone ad osservare la scena, il rumore ripetitivo di un bastone e l’arrivo del maresciallo che comincia a fare domande ai presenti senza ottenere alcuna risposta. Da quel momento il picciriddu si avventurerà in una sorta di caccia alla mafia, caccia a chi ha ucciso l’avvocato Cantarò, il suo amico Giulio e il parrino Don Pippo, e nel farlo, si imbatterà nel giudice Di Giovanni e nel suo collega Paolo…

La voce narrante del romanzo è un bambino che racconta con l’ingenuità tipica della sua età. Il romanzo è ambientato in Sicilia, in un paese non identificato in quanto potrebbe rappresentare qualsiasi paese anche se, seppur non nominato, può essere riconosciuto da tutti per i fatti di cronaca che l’hanno visto protagonista. Il bambino è spettatore di vicende turpi, come il ritrovamento di un cadavere per strada dopo il tuono di un boato ma anche di violenze familiari. Tra fantasia e realtà l’autore Alessandro Cortese (che esercita anche la professione di insegnante di Matematica e Scienze per le scuole Medie e Superiori) ci fa andare per le vie della Sicilia di provincia in bici. Attraverso gli occhi di un bambino di dieci anni vediamo realtà contraddittorie dal forte impatto emotivo che ci porteranno ad “investigare” il perché di determinate condizioni. Lettura scorrevole, nonostante la scelta di includere frasi in dialetto che però non rappresentano un ostacolo alla lettura. Personaggi dalle mille sfaccettature, non stereotipati, ben descritti nella loro psicologia. In un’intervista l’autore ha spiegato: “Ho smesso di essere un bambino il pomeriggio che hanno fatto esplodere Paolo Borsellino. Non dimenticherò mai quel giorno di luglio, le edizioni straordinarie dei telegiornali su tutti i canali. Ho scritto questo romanzo perché volevo, tra le altre cose, dire grazie a un uomo che mi ha insegnato che nella vita puoi sì morire ma nonostante la morte si può parlare alla gente e ispirarla a fare di meglio. Ho voluto raccontare anche di padre Pino Puglisi, che nel mio libro è padre Pippo, un altro morto di mafia che tanto ha dato alla Sicilia per averne indietro una pallottola”.