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La malaintesa

La malaintesa

Cécilia ha vent’anni quando si sente attratta da un giovanotto alto e vigoroso che è impegnato in una discussione con un altro tipo, durante una serata tra compagni d’università. Tutto ciò che sa di lui è che segue i corsi di economia e in giro si dice sia strano, speciale addirittura, qualunque cosa questo aggettivo stia a indicare. In Abel vede qualcosa di misterioso, come se nascondesse un segreto che lo rende ancora più attraente. Quando si rivedono da soli, lungo le rive della Garonne, passeggiano nei parchi, di cui lui conosce ogni storia. Oppure Abel la porta al cinema e mostra una cultura cinematografica di parecchio superiore a quella di qualsiasi altro coetaneo. Insomma, agli occhi di Cécilia quel giovane è fantastico. Un giorno, in un bar, si rivolge a lei definendola “la sua fidanzata” e Cécilia avvampa di fronte a una definizione così desueta ma così affascinante. Quando gli chiede se stia accadendo qualcosa tra loro - d’altra parte sono quindici giorni che si frequentano senza lasciarsi mai - Abel la sorprende una volta ancora, proponendole di fissare una data per il loro matrimonio. Sebbene il matrimonio non sia lo scopo della sua vita - Cécilia ha solo vent’anni e fino ad ora lo ha considerato una possibilità piuttosto lontana nel tempo - quel giovane è riuscito a far accendere, in un angolo segreto della sua anima, un desiderio, quello di essere scelta, di cui lei ignorava l’esistenza. Quando i due si sposano, qualche mese dopo il loro primo incontro, lei non ha dubbi sul fatto che si tratti di un matrimonio d’amore. Si sistemano in un bilocale vicino al giardino botanico. Sono belli, brillanti, innamorati e invidiati. Abel comincia il suo lavoro in banca, mentre Cécilia prepara l’esame di abilitazione. Il loro appartamento diventa punto d’incontro per gli amici, che si fermano da loro fino a tardi. Ed è sempre Abel a intervenire con un battito di mani e a metterli alla porta...

All’inizio è un amore appassionato, ambizioso, giovane, vigoroso e invidiabile. Poi, a poco a poco, la facciata luccicante non riesce più a nascondere le crepe che stanno dietro, la sofferenza e l’umiliazione di chi, svestiti i panni di brillante avvocatessa, si fa piccola piccola e, tra le mura di una casa che è diventata una prigione, si annienta. Un inferno che sembra non avere vie d’uscita, un amore che si fa manipolazione, una violenza psicologica - prima ancora che fisica - così perversa e così tagliente da spingere la giovane vittima a nutrirsi di un sentimento di negazione tanto forte da pensare “lui ha ragione, io ho torto”. Yolaine Destremau - autrice con un passato da pittrice che vive tra Parigi e Lucca - offre al lettore un romanzo durissimo, che si legge in apnea; una storia cruda, offerta senza fronzoli né belletti, che scava nella perversione legata all’abuso e alla violenza familiare e ne definisce i contorni. Sono pagine terribili quelle attraverso le quali l’autrice dipinge il ritratto di una donna apparentemente risolta, ma protagonista e vittima in realtà di una situazione più comune di quanto si possa pensare: quella sudditanza psicologica perpetrata da individui capaci di accartocciarti l’anima e di renderti null’altro che un’appendice al loro servizio. La protagonista del romanzo, Cécilia, conosce il dolore delle parole, il dolore fisico e quello legato alle ferite psicologiche che si reiterano e rischiano di farsi quotidianità. “Al primo schiaffo devi andartene. E a volte è già troppo tardi” Cécilia ne è consapevole, ma non se ne andrà al primo schiaffo, e neppure al secondo. Occorrerà un doloroso processo di consapevolezza - raccontato attraverso una penna delicata ma attenta a ogni sfumatura - per superare paura e angoscia e per ricordare ciò che davvero ci si dovrebbe imprimere a fuoco sul cuore: l’amore non ferisce. Non può e non deve farlo. Mai.

LEGGI L’INTERVISTA A YOLAINE DESTREMAU