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La malaluna

La malaluna

“Essere friulani è come stare sopra a un fosso. Si vive divaricati, persi fra l’orgoglio della propria lingua e una diffidenza talmente antica da sembrare eterna. Su da noi, all’attenzione di un altro non ci si crede mai fino in fondo. Siamo abituati all’indifferenza del mondo, a passare senza lasciar segno”. Così pensa Giovanni Sbaiz mentre la nave militare diretta in Sicilia alza sbuffi di schiuma e acqua salata. Giovanni porta con sé poche cose e un soprannome che lo veste e racchiude in sé quel pensiero appena formulato. Lontananza, lo chiamano gli altri soldati, poveri ragazzi mandati a fare la guerra agli americani mentre quelli col cervello fino sono rimasti a parlare nelle piazze e a scrivere sui giornali. A parlare di cosa, poi? Di libertà, di stirpe, di vittoria. Tutta gente con la camicia nera che se ne sta a casa a godersi le proprie parole e quella libertà per la quale loro vanno a morire. Lassù, nel Friuli orientale, Giovanni ha lasciato la sua famiglia. Il padre Valentino, reduce e decorato sul Carso durante la Grande Guerra, la madre Luisa e il fratello Tìnaz. La storia della famiglia Sbaiz ricalca le orme di tante altre che il vento del tempo ha cancellato: una madre e due figli in fuga dal Friuli, separati sul ponte di Casarsa dallo scoppio di una bomba; il ritorno del soldato in una casa vuota, desolata, e poi il suo viaggio verso sud, alla ricerca della moglie e dei figli perduti. Il ritorno a Braidevueite ha il sapore e i colori di un nuovo inizio che però gli anni del Ventennio stanno per trasformare nel primo passo di un nuovo calvario. Per Giovanni sarà il tempo della partenza, sarà il tempo di essere un soldato come lo fu il padre. Mandato a combattere lontano dal suo Friuli, da quello che avrebbe potuto essere il suo primo vero amore, da una famiglia che ora aspetta il suo ritorno. Il mondo degli Sbaiz si restringe fino a prendere la forma di una madre che, sulla soglia di casa, attende il ritorno del proprio figlio...

Malaluna è un luogo. Quello dove Giovanni trova una pace temporanea, mentre attorno a lui la guerra infuria. Ma Malaluna è forse anche un tempo rovescio, che la guerra insudicia con il suo fango. Dentro questa poltiglia velenosa e violenta sopravvive la famiglia Sbaiz, le cui vicende sono figlie delle memorie private dell’autore e che poi hanno preso il volo sulle ali della narrativa. Maurizio Mattiuzza le racconta con la mano del poeta che, come fu per Pierluigi Cappello, sa cavalcare la prosa vestendola però di suoni e colori che si avvicinano alla poesia. Quella campagna friulana “intrisa di gelsi che ondeggiano in quadriglia sulle ali dei grandi appezzamenti” o la luce della Sicilia che “che sa essere magnifica. Ogni cosa sembra impastata con l’acqua fonda”, sono le impronte di un autore che ha la mano ferma ma il cuore leggero che riesce a trasformare una cronaca in romanzo. Nonostante la letteratura abbondi di testi che raccontano quegli anni terribili, ci sarà sempre spazio per la voce delle piccole genti mandate al massacro e che fino a un momento prima erano famiglia, casa e affetti. Occorrono alla memoria che facilmente si scorda delle storie di confine e del popolo friulano che, dice bene Maurizio Mattiuzza, tende ad essere dimenticato nella sua lontananza, nel suo essere stato percorso da genti e lingue diverse tanto che la sua terra ne è rimasta intrisa. La saga della famiglia Sbaiz si inserisce in un contesto più ampio racchiuso in mezzo secolo di storia, un mare denso dentro al quale Giovanni, così maturo per la sua età tanto da essere portato dal padre persino al colloquio con un avvocato, viene trascinato suo malgrado, seguendo il destino di molti altri giovani. Si intuisce dunque il lavoro serio, documentato e di non facile stesura che l’autore deve aver affrontato, trasformando la storia della propria famiglia nel racconto dell’intero popolo friulano.