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La malattia dell’ostrica

La malattia dell’ostrica

Alle prese con l’adolescenza da manuale del figlio quattordicenne, che si chiude in camera e lo obbliga a inventare argomenti sempre nuovi per invogliarlo al dialogo, lo scrittore Claudio Morici rievoca il periodo in cui ha avuto inizio l’inquietudine dell’erede, ovvero già a sei anni, quando il bambino aveva preso a svegliarsi di notte e a tormentarlo con domande sulla morte. In qualche modo, il pargoletto aveva desunto che scrivendo un libro ci si potesse rendere immortali, senza considerare l’inutilità, per il diretto interessato, dell’immortalità letteraria. Ricorda, Morici, di aver fatto di tutto, ai tempi, per reprimere l’interesse del figlio per la scrittura, per il suo bene, nella consapevolezza che “gli scrittori hanno un tasso di ricovero psichiatrico di 10 volte superiore a quello dei non artisti” e che “le probabilità che una persona che scrive si ammazzi […] sono ben maggiori che si ammazzi una persona che gioca alla Playstation due ore al giorno”. Morici era, ed è, preparatissimo sul legame tra scrittura e malessere, sia perché lui stesso pare inquieto, sia perché per anni ha studiato per lavoro le biografie degli scrittori, riscontrando una percentuale sconvolgente di suicidi, alcolizzati, depressi e bipolari; unica eccezione Italo Calvino, impermeabile persino al trauma post-bellico. La qualità tossica della scrittura non l’ha certo inventata Morici, è stato Jaspers a parlare di quella malattia dell’ostrica che fa da titolo, e da tempo, ormai, chi scrive sa già a cosa va incontro nell’illusione di rendersi immortale, un’illusione che però si può concedere soltanto a un bambino di sei anni…

La malattia dell’ostrica nasce come spettacolo teatrale e podcast, e questa sua natura orale trasuda dalla sua incarnazione cartacea, che è difatti fresca, rodata ed essenziale (il volume si presta a una lettura in un’unica sessione). Morici, sulla scena da vent’anni, ha una formazione da psicologo ed è stato incuriosito dalla follia fin dall’esordio con Matti Slegati, nel 2003. Dopo aver dato vita a numerosi altri progetti, oggi propone un libro “terapeutico” all’apparenza leggero, “comico”, ma a conti fatti angosciante, grazia alla capacità di suscitare il riso e subito dopo infrangerlo per instillare il dubbio che l’amore per i libri coincida con l’amore per una malattia, quell’obnubilante missione letteraria che ha spesso peggiorato l’esistenza dei suoi praticanti e dei loro cari, fatta eccezione per Calvino. Gli elenchi che Morici riporta, schiere di dannati raggruppati in base al tormento, daranno da riflettere: Baudelaire, Dickens, Hemingway e decine di altri tra i bipolari; Céline, Gadda, di nuovo Hemingway, Levi e decine di altri tra i traumatizzati bellici; Capote, Carducci, Duras e decine di altri tra i morti per le conseguenze di alcolismo e droghe; Foster Wallace, Pavese, Hemingway (sempre lui), Woolf e decine d’altri tra i suicidi; una vera piaga, dalla quale si è salvato soltanto Calvino. Il volume, lo dice l’autore in uno dei tanti giochi metatestuali, avrebbe potuto essere soltanto una raccolta di biografie, ma la parte preponderante, questa sit-com filosofica padre-figlio sul legame tra arte e depressione, partecipa a un equilibrio perfetto e alimenta l’interesse anche per gli autori che finora non abbiamo frequentato. La malattia dell’ostrica, oltre a essere un vademecum prezioso che ci dimostra quanto scrivere possa rovinare l’esistenza (a meno che tu non sia Calvino), potrebbe anche contribuire ad arginare quella follia collettiva che ha convinto la quasi totalità degli italiani di avere un qualsiasi motivo per scrivere e pubblicare un libro, se non fosse che la stragrande maggioranza non reca traccia di quel genio che può annientare e pertanto non rischia di più di chi gioca alla Playstation sette ore al giorno.