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La Malnata

lamalnata

Non dirlo a nessuno. Non è facile togliersi di dosso il corpo di un morto. Francesca lo scopre a dodici anni, con il sangue che le cola dal naso e dalla bocca, con i ciottoli del Lambro contro la pelle nuda, la schiena nel fango e le mutande attorcigliate attorno a una caviglia. Maddalena le si avvicina con il vestito leggero bagnato che disegna i contorni del suo fisico asciutto. Ogni suo sforzo per spingere il morto — con le braccia, con i gomiti, con la fronte — è inutile: Francesca deve aiutarla. A fatica lei riesce a far scivolare un braccio da sotto il corpo, poi l’altro. Preme i palmi sul suo petto e spinge. Ma deve farlo tutto d’un colpo e insieme all’amica. Solo così riescono a scollarlo: ora le giace accanto con gli occhi sbarrati, la bocca spalancata e i pantaloni abbassati. Francesca cerca di cancellare il suo odore, è tutta un dolore ma non piange: glielo ha insegnato Maddalena, che non ha paura di niente e che se ora trema è solo perché lui l’ha afferrata per i capelli, trascinandola oltre la riva e, per farla stare zitta, le ha tenuto la testa nell’acqua. Per nasconderlo, lo fanno rotolare fino a uno dei piloni del ponte e lo coprono con rami, pietre e radici, così che la piena non possa portarlo via. Non c’è più nulla in lui che ricordi il ragazzo elegante e sfrontato che era, con i calzoni lunghi con la piega dritta, la spilla col fascio e il tricolore. Prima di andarsene, devono solo chiudergli gli occhi: è così che si fa con i morti. Mentre cammina verso casa, Francesca ripensa a neanche un anno prima, quando niente era cominciato e, per vedere quella bambina da lontano, si era sporta dalla balaustra del ponte dei Leoni: di lei sapeva solo che portava disgrazie. Non aveva ancora imparato che bastava una sua parola per decidere se meritavi di essere salvato o ucciso…

Il romanzo d’esordio di Beatrice Salvioni segue le vite di due giovani che combattono per la libertà, per far sentire la loro voce in un mondo che non vuole ascoltarle, che sfidano i pregiudizi e le convenzioni della società in cui vivono — Monza e, più in generale, l’Italia tra il 1935 e il 1936, nel pieno del Ventennio fascista. Francesca e Maddalena sono apparentemente molto diverse: la prima, una brava ragazza di famiglia borghese e conformista, porta il peso di tutte le cose che non può fare e dei tanti sensi di colpa che prova per il solo fatto di desiderarle; la seconda, è una ribelle, una reietta, sulla quale si raccontano storie spaventose e piene di sangue: “La chiamavano la Malnata e non piaceva a nessuno. Dire il suo nome portava sfortuna. Era una strega, una di quelle che ti appiccicano addosso il respiro della morte. Aveva il demonio dentro e con lei non ci dovevo parlare”. Eppure, queste due ragazzine, unite anche dallo stesso tragico destino familiare, si capiscono, si compensano e si rispecchiano una nell’altra, sono necessarie una all’altra. Causati da una nuova consapevolezza e dal desiderio di emancipazione, i profondi cambiamenti vissuti dalle due protagoniste sono contrastati dal peso delle tradizioni e dalla forza delle regole socialmente condivise, ma grazie al loro incontro, Francesca e Maddalena diventano indissolubili, comprendono il potere delle parole e riescono a crescere insieme. Oltre che realtà storica e sociale, quella descritta dalla Salvioni è paesaggio dell’anima, modo di essere, rappresentazione di vicende, di figure umane e di abitudini che si caricano di toni evocativi. Gli elementi che rappresentano la forza di questo romanzo sono molteplici: la scrittura accurata e molto sensoriale, intrisa qua e là di dialetto e di suggestioni popolari che ricostruiscono la quotidianità del vissuto; l’ambiente che si sovrappone facilmente a geografie conosciute; la voce narrante in prima persona, che arriva dritto al cuore; il dare rilievo, in modo esatto e doloroso, alle difficoltà del nascere, crescere ed essere donna; l’importanza dell’aspirazione — che trascende lo spazio e il tempo — di essere se stessi, in un contesto sociale in cambiamento, dove non mancano contraddizioni e tensioni. Al facile cliché di vittime femminili, si contrappongono personaggi forti e complessi e con queste due giovani amiche che si sostengono a vicenda l’autrice rivela di credere fortemente nella solidarietà, in un’unione fra individui di ogni classe e generazione.

LEGGI L’INTERVISTA A BEATRICE SALVIONI