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La mano di Monna Lisa

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La villa sopra Norceto è sempre la stessa da secoli. Lo testimonia anche una cartolina del 1908 che fa riferimento al marchesino. La famiglia proprietaria, i Maghinardi, marchesi di Norceto, ha una lunga storia, ma sembra abbiano proprio voluto una villa così, apparentemente sospesa sopra un bosco. Almeno a guardarla dal basso, perché poi, per la strada, arrivati alla fine degli alberi, si trova subito il cancello che dà sul parco. E pensare che quando l’acquista il padre di Gottifredo, un ricco mercante, è solo un casino di caccia a un piano. Il figlio la rivoluziona, anche perché è proprio Gottifredo a fare il cosiddetto “salto sociale”, investendo i soldi dei commerci paterni in una redditizia attività di strozzinaggio e riuscendo anche a ottenere un titolo nobiliare. Diventato marchese, fa apporre anche lo stemma di famiglia (nato da uno scherzo degli amici) sopra tutti i portali. La villa diventa a due piani, si arricchisce di scaloni, per adattarla alla nobiltà, ma per la trasformazione Gottifredo non si avvale di un architetto famoso, quanto piuttosto di uno che gli deve già qualcosa e al quale, magnanimo, condona gli interessi. Tutto sommato ne esce fuori un insieme gradevole, anche se non estremamente prestigioso. Tornando al 1908, praticamente due secoli dopo all’incirca, è Gottardo Maghinardi il marchese reggente che riceve dal “marchesino” Ulderico, che si trova a Parigi, un plico con delle fotografie. È proprio per questo che gli ha dato il permesso di andare nella capitale francese, non certo per divertirsi: vuole le foto della mano destra della Gioconda di Leonardo da Vinci che si trova al Louvre, perché secondo Gottardo c’è un particolare da visionare da vicino. Si tratta di una piccola bozza, ma di certo non si capisce quale possa essere il messaggio che il marchese ritiene qui nascosto...

Tutto è bene quello che finisce bene, ha detto qualcuno. Certo che dall’incuriosirsi della mano di Monna Lisa, a quel povero marchese Gottardo Maghinardi ne sono successe di tutti i colori, soprattutto a causa della sua superficialità di parlarne con tutti, senza verificare se tra i presenti ci possa essere qualcuno “non sicuro”, facendo accompagnare, qualche volta, le sue chiacchiere con il mettere in bella mostra i suoi averi. Al di là di una storia dove tutto volge per il verso giusto, nonostante i problemi iniziali, quello della mano della Gioconda resta un mistero senza risposta e forse anche l’ultimo dei problemi del marchese. Certo non è la storia in sé, seppur simpatica e divertente, ad allietare il lettore, quanto l’ampio “catalogo” dei personaggi, ognuno con le sue parvenze e il suo carattere, qualcuno con i suoi bravi scheletri nell’armadio, qualche altro troppo innamorato per accorgersi di essere girato e rigirato come una trottola e qualche altro ancora per definire il quale, pur nella piena conoscenza del suo lato delinquenziale (che non ci viene affatto taciuto o nascosto), tocca scomodare pure Cesare Lombroso, il quale, per la verità, appare anche spesso con le sue classificazioni. Le figure maschili del romanzo sono tutte succubi di donne forti e insofferenti, dal polso fermo e che non si perdono in chiacchiere, ma conoscono bene la psicologia maschile. E a completare il tutto non manca la veggente, l’ombra del vescovo e soprattutto non può mancare l’onorevole corrotto.