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La mano sinistra del Diavolo

La mano sinistra del Diavolo

“La Bassa, per quelli che ci sono nati e non ci abitano più, rappresenta uno stato mentale, un modo di essere, la Zante natìa e lontana avvolta nella nebbia”. A Capo di Ponte Emilia, si sa, non succede mai niente. Così, quando ben due eventi significativi si susseguono nel giro di poche ore, qualcuno inizia a farsi delle domande. Prima muore Pietro Caramaschi detto Giasèr, ex partigiano e coscienza critica del paese. Poi l’anziano postino Nello Ruini trova una mano mozzata nella buca delle lettere di una casa mezzo diroccata dove trovava talvolta riparo Giuseppe Diavoli detto Diavel, un bislacco barbone a quanto si sa ricoverato in una clinica mentale poco lontano. Ce n’è abbastanza per sconvolgere la quiete di cittadine ben più grandi di Capo di Ponte Emilia, quindi figuriamoci: e in più il fattaccio della mano mozza cattura anche l’attenzione dei media, perché il caso vuole che in paese si trovi Enrico Radeschi, geniale cronista di nera e hacker a tempo perso, che ha abbandonato per un po’ il caos milanese per tornare al silenzio dei luoghi natii. Un silenzio carico di morte, a quanto pare...

Siamo al secondo episodio della saga del freelance Enrico Radeschi, ma è come se fossimo ad un nuovo inizio, tanto sono mutati i toni rispetto al romanzo precedente, il frizzante ma forse un po’ acerbo Blue Tango. Roversi, con il pretesto di un ‘ritorno a casa’ del protagonista, fa una svolta ad U e abbandona (o perlomeno confina in una sottotrama parallela) le atmosfere metropolitane in favore di un noir ‘di provincia’ nell’ambito del quale il Male non è meno minaccioso e inquietante, ma di certo è meno afflitto da luoghi comuni e cliché di genere. Sullo sfondo rassicurante (?) di campagne nebbiose e strade polverose si muovono postini in motorino, parroci bonari e carabinieri pasticcioni, alle prese con qualcosa che non hanno mai affrontato prima. Sul grigio e l’ocra del paesaggio della Bassa il rosso del sangue spicca ancora di più, suggerisce Roversi, e lo fa grazie ad una scrittura che – sospesa tra malinconica nostalgia e un grottesco humour nero – compie un deciso salto di qualità, consegnando alla maturità uno scrittore tra i più promettenti della new wave italiana.