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La matta di piazza Giudia

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La diciottenne Elena Di Porto e il ventiduenne Cesare Di Porto si sposano il 23 novembre 1930, è l’ottavo anno dell’era fascista e le leggi razziali arriveranno otto anni dopo. La cerimonia si svolge al Tempio Maggiore di Roma tra riti e benedizioni la loro vita matrimoniale può avere inizio. Di quel momento resta una fotografia di tutta la famiglia riunita, adulti e bambini con l’abito buono della festa. La sposa è con l’abito bianco e sopra un ampio cappotto col collo di pelliccia, che ben maschera la gravidanza avanzata; infatti, il loro primo figlio Settimio nascerà alla fine del gennaio 1931. Elena è una ragazza piccola di statura, ma dalla corporatura robusta, ha una gran massa di capelli crespi, il viso allungato e il colorito bruno. Ha un carattere singolare ed è considerata da tutti un po’ stramba. È aperta e socievole a volte aggressiva, forse troppo, tanto da apparire al primo sguardo, superficiale e priva di inibizioni. Elena si trasferisce col marito nella nuova casa a Trastevere, lasciando quella natale a Portico d’Ottavia. Cesare fa il cenciaiolo per vivere e mantenere la famiglia, che nel luglio 1932 aumenta, perché nasce il secondogenito Angelo. Il rapporto tra gli sposi non va bene, siamo lontani dalla gioiosa letizia di un’osservante casa ebraica. Dopo appena tre anni Cesare ed Elena si separano, i figli vengono affidati lui che continuerà a vivere nella casa di Trastevere. Un documento di divorzio effettivo non è mai stato trovato, si suppone che i due abbiano comunque mantenuto rapporti e che abbiano vissuto insieme per alterni periodi. La loro incompatibilità di carattere, le liti sull’educazione dei figli, le ire di Elena e la flemma di Cesare, sono una miscela esplosiva e inconciliabile…

Il viaggio per scrivere La matta di Piazza Giudia (sottotitolo Storia e memoria dell’ebrea romana Elena Di Porto) è stato lungo, tortuoso e con un avvio insolito. L’autore è archivista presso l’Archivio Centrale dello Stato e per un lavoro in provincia di Potenza si imbatte in un fascicolo recante il nome di Elena Di Porto. L’accuratezza, frutto di ricerche d’archivio, studio delle fonti e testimonianze dirette di chi ha conosciuto la Di Porto, restituisce alla donna un’identità certa e fa luce sul suo animo nobile e battagliero. Elena Di Porto non era matta. Di certo ha avuto quattro diversi ricoveri nell’Ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà per il suo carattere irruento e come prassi di polizia per contenere e mettere a tacere persone sgradite al regime, donne in primis. La questura romana ha un fascicolo su di lei, spesso segnalata per la sua linea politica e per gli scontri con le squadracce fasciste nel tentativo di difendere gli ebrei dalla violenza. Il 10 giugno del 1940 Elena viene rinchiusa nel carcere di Regina Coeli e da lì internata a Lagonegro in provincia di Potenza e poi a Gallicchio, dove stabilisce con la famiglia Cicchitelli un legame profondo e sincero. Altro peregrinare deve subire la Di Porto, la salute si fa cagionevole e nel gennaio 1943 arriva nelle Marche: vivrà tra Appignano, Sarnano e Fiastra. Solo il 9 agosto 1943 tornerà alla sua amata Roma per iniziare una lotta di resistenza, intensificatasi dopo l’armistizio. Il suo nome resta indissolubilmente legato all’estremo tentativo di avvisare gli ebrei romani dell’imminente rastrellamento. Il 15 settembre sera girò e gridò, purtroppo inascoltata, per il ghetto. Tutti gli ebrei erano in casa per la preghiera del sabato. Il 16 ottobre del 1943 segnò il destino di Elena e di gran parte della sua famiglia, lei volle seguire sua nipote che l’aveva riconosciuta, lasciando i figli, che si sono salvati. La sua vita si concluse con altri 1023 correligionari ad Auschwitz, da dove solo in 16 tornarono. La matta di Piazza Giudia è il ritratto di una donna indipendente, femminista anzitempo, antifascista convinta, pronta a difendere chi subiva soprusi non accettandoli neanche lei. Elena Di Porto ha una capacità di comprensione degli eventi che la rende superiore alla media dei suoi correligionari, che le ha permesso di rendersi conto prima degli altri della sciagura che stava arrivando per tutti loro. L’aggettivo matta non ha senso di esistere per lei, si può essere diversi, ma non per questo insani di mente. “Lo straniero che sta in mezzo a te, salirà sopra di te in alto (mà’la mà’la) e tu scenderai in basso (màtta màtta)” (Devarim 28:43) Lo straniero dentro di noi non è altro che il nostro istinto a compiere il male. Elena Di Porto non è stata straniera a sé stessa.