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La mela di Turing

La mela di Turing

I robot sono ovunque e, in forme pre-tecnologiche, ingenue, sono con noi da sempre. In un tempio zen sulle colline intorno a Kyoto, in Giappone, tra rocce simbolicamente disposte e ruscelli tra i fiori, è possibile incontrare un automa antropomorfo. Due metri di altezza corazzata in acciaio e viso e mani di silicone. A intervalli regolari dalla sua cassa toracica elettronica emette suoni che compongono sermoni e preghiere. Sembra un’immagine contrastante, in un contesto così spirituale; in realtà l’ispirazione nasce decine di secoli fa, quando i monaci buddhisti raccontavano di “persone fatte di metalli preziosi che recitavano testi sacri” e quando, in Cina, i sovrani delle più antiche dinastie amavano circondarsi di esseri meccanizzati. Più tardi, l’Europa fu popolata di analoghe creazioni, spesso legate a religioni. Il rabbino Loew, a Praga, nella metà del XVI secolo materializzò un golem – in ebraico “privo di intelligenza” –, una figura fatta di argilla che avrebbe dovuto proteggere quel popolo vessato. I miti greci, le leggende islamiche, raccontate anche da Borges, tramandano l’opera di artefici umani di invenzioni artificiali simili a un essere vivente. Opere nate per divertire, per scongiurare pericoli, per invocare protezione quando non c’era più scampo oppure, in seguito allo sviluppo delle scienze, per superare i limiti dell’intelligenza umana. Dalle “calcolatrici” di Pascal ai ragionamenti di Cartesio sulle macchine pensanti, la Storia consente di passare dalla leggenda alla realtà grazie ad Alan Turing, notissimo padre dell’intelligenza artificiale...

“Voglio che l'intelligenza artificiale faccia il bucato e lavi i piatti così che io possa dedicarmi all'arte e alla scrittura, non che l'AI faccia la mia arte e la mia scrittura mentre io continuo a dedicarmi al bucato e a lavare piatti”: è il testo di un meme popolare tra lavoratori della cultura preoccupati per le capacità creative di ChatGpt e simili. Il sogno di delegare a robot o a macchine superintelligenti i compiti più pesanti o noiosi non si è ancora realizzato; nel frattempo, siamo continuamente sorpresi dalle idee artistiche artificiali. Anche sul piano delle capacità umane più libere, dunque, si accende la polarizzazione: il futuro in compagnia delle AI garantirà più benessere per tutti o siamo destinati a un avvenire distopico, da schiavi della tecnologia? José Ramón Jouve Martín, docente di letteratura a Montréal ed esperto di cultura digitale, sceglie una ragionevole via di mezzo. In questo saggio, e più sinteticamente in una lunga intervista al quotidiano spagnolo “La Vanguardia”, afferma che non ci troviamo “sull’orlo del paradiso o dell’apocalisse”. In accordo con altri analisti del settore, consiglia di riflettere sul significato di umano, di esaltare le capacità alle quali nemmeno l’Intelligenza Artificiale Generale (AGI) tanto temuta avrà la meglio. Ci si trova, dunque, un’altra volta davanti a un monito: le previsioni sono difficilissime e ci si cimentano – per interesse – soltanto i capitalisti delle multinazionali tecnologiche. L’intenzione di Jouve Martín è diversa: La mela di Turing è un percorso nella storia, nella letteratura, nella filosofia e nella protoscienza delle macchine. Il catalogo degli automi, degli esseri artificiali, in realtà, non appare una novità né si articola in una nuova veste per chi già conosce il tema, compresi gli appassionati di fantascienza o di fantasy. Emerge tuttavia il filo rosso di un’ossessione imprescindibile, quasi un imperativo ancestrale insito in più culture e geografie, che lega gli esseri umani, così mortali così fallibili, alla creazione di un simile. Un sogno divino, oggi reso molto prosaico dal tecnocapitalismo.