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La metamorfosi

La metamorfosi

Praga, inizio Novecento. Gregor Samsa si risveglia dopo una notte affollata di sogni angoscianti. Sfinito, ancora disteso tra le lenzuola, rimugina sul desiderio di voltarsi sul fianco destro: vuole solo riprendere a dormire. L’ufficio, però, lo attende e lui è un lavoratore modello. Sul suo stipendio di commesso viaggiatore grava il mantenimento dell’intera famiglia: i genitori, l’amata sorella. Il sole già illumina la stanzetta, ma Gregor è disgustato dall’idea di riprendere la solita, odiata, spenta routine quotidiana. Quando risponde alla madre, che dall’altra parte della porta insiste per svegliarlo, la sua stessa voce lo spaventa, è ”un orribile pigolante squittio che distorce ogni parola”. Sarà un raffreddore, pensa, mentre tenta di smuoversi dal materasso. Nel frattempo arriva a casa anche l’impiegato capo a incalzare sulla porta del ritardatario. Quando Gregor tenta, ancora una volta, di abbandonare il letto finisce inevitabilmente a terra. Striscia verso la porta. Apre. Le urla di chi bussava gli confermano la realtà: il suo corpo non ha più sembianze umane, la sua voce non è soltanto effetto di un malanno. Samsa ha un corpo disumano, dalle dimensioni gigantesche, dalle zampe ad arpione, dalla schiena dura e rigida come quella di uno scarafaggio. Esatto: Gregor Samsa si è risvegliato nel corpo immondo di un insetto. Quando il padre trova il coraggio di ricacciarlo dentro la cameretta con una scopa - “Sciòòò!” - si ritrova di nuovo solo con i suoi pensieri stranianti. Quello è il primo giorno della sua nuova vita da scarafaggio…

Il racconto lungo di Kafka di cui questo graphic novel è l’adattamento è uno dei libri più letti al mondo. La trama è notissima e, nel corso di un secolo intero, è stata rivista e rivisitata da diversi autori, anche cinematografici. Con le tecniche narrative tipiche del fumetto, il rischio di scadere nel didascalico era alto. Non accade, però, nella versione di Peter Kuper, che unisce il rigoroso rispetto della scrittura kafkiana con un tratto che accentua e completa ogni pensiero del povero uomo metamorfizzato. Le tavole, in bianco e nero (molto nero), riproducono lo stile del tempo lasciando tuttavia erompere nuvolette con caratteri da albo poliziesco. Volti maschili incattiviti da grugni spietati, volti femminili divisi fra disperazione e coraggio, disegnati con un accento acido, una derivazione dell’espressionismo dei pittori tedeschi del tempo di Kafka. Lo sguardo inespressivo dell’insetto, invece, non lascia trasparire emozioni. Provvedono a questo scopo i pensieri e il corpo che striscia, si catapulta, si nasconde, soffre, in una lotta continua e tormentata fra prima e dopo la trasformazione. La prosa di Kafka è evidente ma resta in filigrana, e grazie a Kuper capiamo ancora una volta, e di più, l’universo che l’autore praghese ha voluto rappresentare nel chiuso di una piccola camera. Angoscia, disorientamento, alienazione, spavento puro - a cui segue un’inspiegabile rassegnazione, frutto forse dell’istinto di sopravvivenza. Kafka non ha dato una spiegazione alla sua storia, eppure ha lasciato un solco nel profondo dell’animo che si ravviva a ogni lettura e rilettura. E Kuper rispetta anche questo intento. In fondo, La metamorfosi è davvero un’opera postmoderna, la presa d’atto di uno stato di declino dell’uomo e della società che, tuttavia, non scuote.

LEGGI L’INTERVISTA A PETER KUPER