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La mia casa altrove

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Marzo 2005, Izola/Isola, Slovenia. Dopo essere uscita di strada in un punto imprecisato della campagna istriana, non lontano dal valico croato, Amina ora si trova in una camera di un ospedale della cittadina costiera, curata e accudita da un infermiere che parla uno strano italiano. I pensieri le si accavallano dentro la testa e sono molti. I ricordi dell’incidente, la sensazione delle minuscole schegge di parabrezza sotto la pelle, la luce calante del tramonto che rendeva i contorni delle cose instabili, l’anziana che ha incrociato poco prima di perdere il controllo della Panda. Ma soprattutto la preoccupazione per quell’auto sfasciata, non rubata ma nemmeno presa in prestito a Norina e il dispiacere che questo incidente darà a suo padre, costretto a pagare i danni all’anziana signora a cui Amina dà una mano ogni tanto per le faccende di casa e per la compagnia. E poi il motivo del suo viaggio: un gesto istintivo che l’ha portata fino a Buroli, un piccolo borgo della Croazia, alla ricerca di un uomo chiamato Franjo Radonić. Un anziano che non ha mai visto e conosciuto ma che lega profondamente lei, la sua famiglia fuggita dalla guerra in Bosnia per arrivare prima in un campo profughi e poi a Trieste, alla storia di Norina, profuga istriana e di cui Amina non sa molto altro: una sorella che vive in Australia e che non ha mai fatto ritorno e un nipote che sta per arrivare da Melbourne proprio per conoscere le sue origini. Ma per Norina incontrarlo non sarà un momento facile, anche se il giovane non ha nessuna colpa. Sua sorella, però, lei sì. E Norina, che nonostante si sia fatta una famiglia, non ha mai dimenticato il giorno in cui Nevia, uscendo dal campo profughi di Padriciano nell’agosto del 1956, era partita per l’Australia portandosi appresso Franco, primo amore della sua vita…

Non è una storia d’amore questa, non solo almeno. Federica Marzi, triestina e insegnante di lingue straniere, ci racconta soprattutto di scenari simili e che ritornano in tempi diversi, di come le guerre di ogni tempo si somiglino e di dimore anziché di case. Ci racconta di anime abbandonate durante la fuga, smembrate dal corpo che le abitava. Percorsi simili, quelli di Amina e Norina, costrette a lasciare il luogo dove sono nate per fuggire da due guerre combattute in tempi diversi. Sia la giovane donna che l’anziana signora vorrebbero chiudere con il passato, fatto di tempi e luoghi. La prima cercando alternative ai viaggi della famiglia a Sarajevo e al borgo dove hanno vissuto, la seconda per non dover ricordare, visitare cimiteri, evocare brutti momenti. L’arrivo del giovane Simon invece costringe Norina a socchiudere la porta che si ostinava a voler tenere chiusa, per riallacciare i rapporti, seppure virtuali, con la sorella. Come spesso accade, la letteratura diventa il mezzo per riportare in vita spiriti antichi, ritrovare il bandolo della matassa, ricucire strappi. Il libro che Simon vorrebbe scrivere sul nonno mai conosciuto, la brutta nomea che l’uomo si porta appresso e che mano a mano viene a galla dalla rete, sono informazioni che in Amina esplodono come un petardo che aveva dentro e che riguardano anche la sua vita. Vedere Franjo, parlare con Franjo, avere risposte da lui sono un’urgenza improvvisa alla quale non può resistere. Dimore anziché case, si diceva, dove gente come lui li ha costretti ad abitare. “Sentirsi divisi, e neanche in parti uguali, è il minimo che possa capitare a gente come noi…” dice il padre di Amina. Vite da profughi, un po’ come le onde di un mare chiuso, costrette al moto senza mai trovare un luogo dove stare. E di nuovo la letteratura, quella di Ivo Andrić, che permea il libro e che lo racchiude in queste sue poche e malinconiche parole: Mentre io resterò per tutta la vita con il ricordo della Bosnia, come di una malattia contratta, non lo so bene, se per il fatto che sono nato e cresciuto in Bosnia o perché ho deciso di non farci più ritorno. Ma è lo stesso.