Salta al contenuto principale

La mia Ingeborg

La mia Ingeborg

Ha piovuto tutto il giorno, una pioggia torrenziale che non ha dato tregua alla zona. Ma, in questo momento, le nuvole si sono finalmente svuotate e la luna risplende sopra i boschi della Vestmarka. Tollak è nel suo bagno e si rende conto che, tutto a un tratto, la sua bocca ha iniziato a sanguinare. Spunta sul palmo della sua mano e ci ritrova un molare superiore, sul cui smalto colano rivoli di sangue rosso, vivido. Guarda il suo volto riflesso nello specchio dell’armadietto e ci vede un vecchio: rughe ovunque intorno agli occhi, labbro superiore molto largo, barba ispida. Decisamente molto peggio di quello che ricordava, dal momento che non si specchia ormai da secoli. All’interno dell’armadietto trova del cotone che intende infilare nella cavità del dente. È certamente di Ingeborg: da quando non c’è più, lui non ha toccato nulla lì dentro. Ingeborg. La sua Ingeborg. Così come lui descrive se stesso “Tollak di Ingeborg”. Tollak odia i tempi moderni, sente di appartenere al passato. Non c’è nulla che sente appartenergli in questo presente così asettico e senza un qualsivoglia stimolo. Senza Ingeborg. È novembre, il periodo più esile dell’anno in cui l’autunno sfiorisce e l’inverno deve attendere, come soleva descriverlo Ingeborg. Tollak la amava, adorava ogni fibra di quella donna con cui ha vissuto per così tanti anni quasi in simbiosi. È certo che nessun altro uomo abbia mai amato sua moglie nello stesso modo e non passa giorno in cui non maledica le forze demoniache che lo hanno privato della sua metà. Del suo tutto. Da quando Ingeborg non c’è più, Tollak si è lasciato andare. La sua casa è irriconoscibile e lui è diventato troppo negligente. Sente che all’interno fa troppo freddo: a Ingeborg non sarebbe piaciuto, era molto freddolosa. Così come Hillevi, la loro figlia. Già, Hillevi e Jan Vidar. Tollak sta aspettando il loro arrivo, non dovrebbe mancare molto, ormai. Sa che non gli resta più tanto tempo ed è giusto che loro, finalmente, sappiano tutta la verità…

Tore Renberg è uno dei volti più noti della letteratura norvegese, pluripremiato e perennemente acclamato dalla critica. I suoi romanzi sono stati, negli anni, tradotti in più di venti lingue. A distanza di quasi trenta anni dal suo esordio letterario in patria sbarca finalmente in Italia con La mia Ingeborg grazie a Fazi Editore e diventa subito uno dei cinque finalisti del Premio Strega Europeo 2024. È un romanzo oscuro e crudo, in bilico tra una saga familiare e il thriller dai tipici tratti scandinavi. Protagonista e voce narrante è Tollak che, in un lungo monologo-confessione dai forti tratti dello stream of consciousness joyciano, racconta la sua quotidianità solitaria e claustrofobica, la sua ossessione morbosa per la defunta moglie Ingeborg e il suo (non) rapporto con i due figli Hillevi e Jan Vidar, e con Otto, il bambino (ormai diventato uomo) con una non meglio specificata disabilità mentale che aveva accolto in casa dopo l’abbandono della madre naturale. Ma Tollak rappresenta anche il prototipo del patriarcato, dell’uomo che non riesce ad adattarsi alla modernità e che, a causa di questa sua estrema chiusura mentale, finisce per perdere tutto ciò che ha di più caro. La maestria di Renberg nel descrivere questo personaggio risiede, però, nell’assoluta mancanza di giudizio: viene lasciato tutto nelle mani – o negli occhi – del lettore che, per quanto assurdo possa sembrare andando avanti nella lettura, non potrà non provare una qualche forma di empatia e compassione per questo personaggio così ambiguo. Il ritmo sincopato della narrazione viene scandito dal continuo andirivieni dei pensieri del narratore, che si rincorrono in un susseguirsi irregolare di immagini passate e presenti fatte di ricordi – a volte piuttosto brutali – e di dialoghi fantasiosi con la sua Ingeborg. L’attesa spasmodica di Tollak per l’arrivo dei figli cresce pagina dopo pagina, per risolversi in poche battute dense di pathos, fino ad arrivare all’apocalittica scena finale che lascerà, senza alcun dubbio, senza parole.

LEGGI L’INTERVISTA A TORE RENBERG