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La mia Russia – Storie da un paese perduto

La mia Russia – Storie da un paese perduto

Elena non ha ricordi precisi di sé stessa da bambina. Ha ricordi della nonna, di una casa in penombra perché oscurata da un grande palazzo in costruzione e, infine, ricordi di una grande televisione in bianco e nero, un vecchio apparecchio che spesso “friggeva”. Ciò nonostante questa scatola, oltre a brutti pupazzi animati, mostrava cosa accadeva nel paese di Elena, la Russia. La madre di Elena era una ricercatrice di chimica e, quando l’Unione Sovietica era caduta, avevano smesso di pagarla. Per questo sua madre parlava sempre dell’Unione Sovietica in modo positivo, come di un luogo in cui “si stava meglio” e che non hanno saputo difendere “perché sono stati imbrogliati”. Elena guardava la televisione non capiva come si potessero guardare volontariamente i telegiornali. Poi un giorno Elena vide El’cin alla televisione e pensò che forse era per colpa sua che mamma era sempre stanca e infelice. Anzi, non poteva che essere colpa di questo vecchio con la testa grossa e che parlava strascicato come la nonna, affetta da demenza senile. Allora cominciò a dire “cattivo” e poco dopo “cattivo, El’cin, ubriacone”, una cosa che faceva ridere sua madre e gli amici di famiglia. Un giorno Elena assiste a un omicidio, commesso da “banditi”. Scopre che la morte esiste, ma El’cin non muore mai. Muoiono gli altri. Un giorno però El’cin dichiara in televisione che un giovane prenderà il suo posto… un certo Vladimir Vladimirovič Putin…

Se dovessimo descrivere gli articoli di Elena Kostjučenko come se fossero un’opera di narrativa, dovremmo dire qualcosa di questo personaggio elusivo ma sempre presente in ogni romanzo, novella o racconto: il narratore. Elena Kostjučenko non guarda i fatti di cui scrive da lontano, come se fosse una scienziata che guarda un lontano corpo celeste con il cannocchiale. L’autrice in realtà costituisce ciò che noi chiameremmo “narratrice interna o diegetica”: non solo non prende distanza dagli avvenimenti di cui parla, ma ne è parte integrante e spesso rappresenta il punto centrale della storia. Lei stessa è parte integrante della materia vita di cui parla, che è la vita in Russia. Elena Kostjučenko ha iniziato a scrivere da giovanissima per la Novaja Gazeta ed è stata per un periodo collega di Anna Polikovskaja finché quest’ultima non è stata barbaramente uccisa nell’ascensore di casa sua per i suoi articoli sulla guerra in Cecenia. Eppure Elena non ha mai avuto il coraggio di parlarle… a volte le faceva trovare una mela nel suo ufficio. Questa particolare caratteristica della scrittura della Kostjučenko rende questo libro molto più di una semplice raccolta di articoli. In effetti è un grande affresco della Russia degli ultimi 20 anni, dall’ascesa di Putin, con la piccola parentesi di Medvedev alla presidenza (con il gustoso dettaglio di quanto sia stato difficile trovare una controfigura di questi esattamente della sua altezza!) e con le mille contraddizioni della società russa attuale. Una società in cui le disparità economiche e sociali tra grandi città e campagna sono tuttora abissali, in cui i giovani senza futuro vagano spaesati in ospedali abbandonati, i treni ad alta velocità non toccano mai i villaggi di campagna se non per travolgere qualche ubriaco di passaggio sui binari, dove la prostituzione prospera e la malattia mentale è ancora trattata con metodi ottocenteschi. Molto toccante il passaggio del coming out di Elena Kostjučenko, in cui scopre che lei e la sua compagna non possono accendere un mutuo perché la sua coppia “non esiste”. Da quel momento comincia il suo attivismo da cui poi si distaccherà per stanchezza, perché il muro di gomma del potere sembra inscalfibile. Alcune pagine molto importanti sono dedicate al neonazismo in Russia (ma come, non doveva essere una specificità ucraina?) e all’omicidio di Stanislav Markelov e Anastasija Baburova, assassinati dai neonazisti Nikita Tichonov, Evgenija Chasis e Il’ja Gorjačev. Molto spazio è dedicato anche alla guerra (o operazione speciale che dir si voglia) in Ucraina, con un drammatico confronto tra Elena e sua madre, ormai completamente indottrinata dalla televisione e dalla stampa di regime, al punto di accusare la figlia di essere “antirussa”. Leggendo la prosa di Elena Kostjučenko viene in mente la vivacità e la precisione della prosa di Anton Čechov, che non a caso definiva i suoi racconti come “reportage”, anche quando erano completamente di fantasia. Lo stile di Elena Kostjučenko è semplice, accessibile e anche per questo i suoi articoli, punteggiati da racconti personali che rendono il libro ancora più prezioso, sono degli autentici pugni nello stomaco, che cancellano ogni tentazione di rendere semplice la comprensione di una società difficile come la Russia di oggi. E se qualcuno pensa che il potere ha un qualche rispetto per i caduti in Ucraina, si legga le peripezie di una madre che non riesce a dare una sepoltura al figlio morto in guerra, perché né un obitorio né un’agenzia privata vuole prenderlo in carico: i servizi segreti potrebbero sopraggiungere e fare troppe domande.