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La mia storia suona il rock

La mia storia suona il rock

Quando iniziarono a stravolgere il vecchio “swing and boogie” con dosi massicce di chitarra elettrica, i vari precursori quali Chuck Berry, Buddy Holly, Eddie Cochrane, Vinnie Vincent (oltre ovviamente a Elvis Presley) furono in grado di immaginarsi a quale lungo, duraturo e variegato fenomeno stavano dando la vita? O pensavano che, come disse all’epoca un critico su “Vanity Fair”, il rock and roll sarebbe durato una sola stagione? Non era certo facile prevedere come questa musica si sarebbe evoluta con le epoche storiche, e sicuramente era ancor meno immaginabile che un giorno sarebbe stata in grado essa stessa di influenzare movimenti sociali, politici e ideologici, piuttosto che venirne solo influenzata. È quello che avvenne per l’epoca del tentativo di rivoluzione hippie, del “peace and love” e dei figli dei fiori, di Woodstock, Monterey e dell’Isola di Wight, ultimo anelito di rivoluzione pacifica prima che arrivassero gli Hell’s Angels – e con loro oltre la violenza anche le droghe pesanti – a scardinare gli ideali di amore libero, pace e libertà che connotarono l’epoca indubbiamente più creativa, fertile e fondamentale per il rock tutto; ma meno spesso è stata esaminata e studiata, come invece viene fatto in questo volume, l’importanza che la disco music ha avuto per il riscatto sociale, avvenuto prima di tutto grazie alla pista da ballo, della comunità nera in molte zone d’America e, a ruota, anche per le istanze di gay, lesbiche, trans e bisessuali, sospinti dalla curiosità dei frequentatori delle disco per il fenomeno drag queen. Non poco spazio viene riservato anche all’esame del fenomeno punk, l’ultima vera rivoluzione nel rock, solo apparentemente di breve durata visto che, venuto meno il nichilismo che lo permeava, sono rimaste ancora oggi molte tracce della sua spontaneità e irruenza musicale. Parimenti ampio, anzi forse maggiore rispetto a quello concesso alla musica internazionale, è lo spazio fornito alla storia della musica di casa nostra, prima la canzone popolare (da Modugno a Tenco), poi i primordi del rock di casa nostra con le prime contestazioni e i tanti “complessi” (come li si chiamava allora) beat, per giungere di seguito agli anni di piombo, e alla maggiore durezza musicale e testuale che permeò non soltanto le composizioni, ma le manifestazioni musicali, sempre più spesso simili maggiormente a guerriglie ideologiche e politiche (vedasi la pretesa ai concerti gratuiti e la dura contestazione al concerto di De Gregori al Palasport a metà anni ‘70) che a occasioni di aggregazione per ascoltare assieme le band preferite. Un periodo buio, che portò alla sospensione per anni dei concerti, soprattutto dei grandi gruppi internazionali, spaventati da quanto accaduto tra il pubblico in alcune loro esibizioni. Per poi, a partire dal Banana Republic Tour di Dalla e De Gregori, ricominciare gradualmente a incontrarsi all’insegna di un – forse fisiologico – bisogno essenzialmente di divertirsi con la musica e la compagnia…

Ognuno dei periodi storici e musicali presi in considerazione da Luca Pollini – prestigioso giornalista per diversi mensili e quotidiani e curatore di un sito dedicato alla storia del costume italiano (www.retrovisore.net) – che come vedremo sono forse i principali e più importanti ma non certo tutti quelli degni di nota, viene scandagliato da un punto di vista che è primariamente sociale, culturale e politico, va detto con notevole rigore e lucidità intellettuale, e solo conseguentemente viene poi esaminato l’aspetto prettamente musicale. Le fasi attraversate dalla società e dalla musica vengono ricostruite e analizzate con tanta precisione e completezza che, di fatto, il punto forte dell’opera è proprio quello di trasportare letteralmente il lettore in varie dimensioni temporali passate, e re/interrogarsi sui reali motivi per cui determinati comportamenti, inizialmente considerati solo evasione o intrattenimento, venivano di volta in volta messi in atto e diffusi, trovando sempre più consenso popolare. Pur nella mole di libri usciti negli ultimi anni su argomento consimile, e pur dovendosi notare alcune imprecisioni sia lessicali (un problema di correzione di bozze?) sia a volte fattuali come sull’abbigliamento di Janis Joplin al Festival di Monterrey, tutto sommato il lavoro riesce a spiccare per originalità di impostazione e trattazione della materia su molti dei propri specifici concorrenti ed anzi, sarebbe stato senz’altro un piacere leggere il parere dell’autore su altri periodi qui non contemplati se non del tutto per stralcio, come quello 2001/2020 ( è vero che non è stato prodotto molto di rilevante, ed è sintomatico che l’autore concluda il libro con le parole “musica di merda” riferendosi all’attualità, ma il periodo, almeno da un punto di vista di nomi e riferimenti, viene completamente ignorato) e generi come l’hard rock, l’heavy metal, il grunge, la moda emo, il gothic rock e il new romantic.