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La mia unica amica

La mia unica amica
È notte, ma prima di dormire deve controllare bene che non ci sia niente tra il materasso e la rete, solo a quel punto si sentirà sicura nella sua camera. Solleva la coperta e scivola un po' sotto il letto, guarda in ogni angolo con un misto di paura e di sollievo, fino a convincersi che non c'è alcuna cosa sospetta o mostruosa. A quel punto, rapida, s'infila tra le lenzuola fredde. Piano piano, restando immobile e tutta raccolta, cede il suo calore alla stoffa ghiaccia, intanto la mente tremante vaga dietro gli esseri striscianti che in inverno vanno in coma letargico nei luoghi nascosti e d'estate entrano in casa; come quella volta che ha visto una biscia saltare giù dal terrazzino. Si allunga con piccoli scatti, conquistando ogni centimetro al freddo del letto e finalmente si concede il piacere di leggere il suo libro. Quel vecchio manuale di viaggi ogni sera la porta nei mari del sud popolati dai mostri marini, a vivere avventure fantastiche fino a quando non riesce più a resistere al sonno. La mattina dopo racconterà alla  sua compagna di banco, Emma, le meraviglie del buio della sua stanza e lei le risponderà come sempre che di notte si dorme. La loro amicizia risale al primo giorno di scuola, quando non hanno avuto altra scelta che occupare gli unici posti liberi rimasti nella classe formata da anni. All'inizio entrambe prendevano voti  bassissimi e questo, per motivi diversi, le ha rese simili ai loro occhi e a quelli della classe, ma in realtà...
Eliana Bouchard racconta  l'amicizia di due bambine italiane, emigrate da paesi vicini, che s'incontrano in una scuola elementare di montagna e, tra molte difficoltà costruiscono un rapporto complesso, che le lega in maniera speciale per i nove mesi scolastici. Quando al termine dell'anno scolastico, causa problemi di lavoro dei "grandi", Elena andrà via dal paesino, nella protagonista rimarrà la nostalgia acuta per quell'amica perduta. In tutta la storia compare solo il nome di Elena, l'amica della voce narrante, mentre gli altri personaggi vengono indicati con soprannomi ricavati da caratteristiche personali, talvolta positive molte altre volte no. In questo modo l'autrice riesce a sottolinere  il rapporto esclusivo delle due fanciulle e contemporaneamente a far trasparire  una sorta di disprezzo, di svalutazione  istintiva verso chi, proprio per essere persone positive, potrebbe minacciare l'unità della coppia: nessuno si salva agli occhi di chi parla. Molti dei meccanismi tipici che si possono sviluppare all'interno di un gruppo-classe sono presenti, si percepisce molto bene quanto il fascino delle persone aggressive abbia presa sulle persone piccole, come l'isolamento in cui viene spinto chi in qualche modo è diverso, sia considerato da tutti una conseguenza naturale e inevitabile, o ancora in che modo la competizione a emergere possa portare ad azioni spregevoli. Il romanzo è scritto come se i fatti fossero in presa diretta, ma la voce narrante utilizza un linguaggio molto ricercato, bello, in alcuni punti anche poetico, che mal si adatta però al parlare e ai ragionamenti di una ragazzina di dieci-undici anni, per quanto possa essere precoce. Si resta perplessi, come sospesi fino all'ultimo capitolo, quando si scopre che in realtà gli episodi sono accaduti venti, trenta anni prima, che chi parla è una persona adulta, con un buon livello di istruzione che ricorda la sua infanzia davanti ai quadri di Elena. L'impressione è perciò di una narrazione falsata, che tiene a distanza il lettore e impedisce di entrare in empatia con i personaggi, nonostante i grandi temi sui quali s'interroga via via la protagonista. Si sente che Bouchard  ha attinto a esperienze personali: le slitte fatte con il cartone, il sambuco intagliato, il paesino di montagna dove niente viene buttato via, le incombenze lasciate alla bambina, come il controllo delle mele o la raccolta della carta, i pomeriggi a vagabondare per i boschi e alla chiusa; sono descrizioni  vivide che restituiscono una realtà montana e provinciale che per tanti aspetti non c'è più… ma può essere abbastanza?