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La mia vita in barca

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Ottantamila yen: il prezzo di una ritrovata libertà e di un nuovo spazio per se stessi. Questo è il pensiero che si affaccia nella mente di Tsuda, scrittore di mezz’età in crisi, di fronte alla piccola bagnarola malmessa ormeggiata lungo il fiume Tone. Quella barca deve essere sua. Sicuramente la pesca e il contatto con la natura saranno in grado di fornirgli la giusta tranquillità per ritrovare la l’ispirazione perduta. Una barca come seconda casa, per tre giorni al mese, attrezzata per cucinare e dormire al coperto. Godersi il panorama proprio come si faceva un tempo, che meraviglia! Non fosse per quella voce interiore, quella consapevolezza ignorata ma che continua a farsi sentire: chi vogliamo ingannare, Tsuda? Forse tua moglie e tuo figlio, impegnati ogni giorno a guadagnarsi da vivere nel negozio di abbigliamento a conduzione familiare? Sai benissimo che la tua è una fuga, che vuoi evadere dalle tue responsabilità. Per giunta, alquanto maldestra, a dire il vero. Le sponde del Tone sono perlopiù deserte, il fitto canneto sembra offuscare la vista e confondere i margini tra realtà e finzione. L’ispirazione ancora latita, ma i pesci abboccano. Sogni che hanno il sapore di allucinazioni (o forse semplici intossicazioni alimentari?) interferiscono con il sonno ristoratore e personaggi strambi e chiassosi rompono la quiete delle giornate. Hokusai e Yamamoto, con il gatto Kotarō; Tome san, Sakamoto l’ubriacone, il monaco Nakamura. Le pagine bianche si riempiono a fatica e forzatamente. È bello scendere lungo il fiume, eh? Essere trascinati lentamente dalla corrente, mentre soffia quella brezza malinconica che alimenta i vecchi ricordi. Ma i tuoi non sono proprio felici, vero Tsuda? Il patrigno violento, l’adolescenza passata a lavorare nelle banche del sangue. Tutto raccolto nel tuo primo libro: storie di mutilati, delinquenti, ex militari, un mercato di esseri umani, chissà che fine hanno fatto? Ehi Tsuda, dimmi un po’, che vita cerchi su questa barca?

Coconino ripropone La mia vita in barca in un’edizione integrale di oltre 600 pagine che racchiude i due capitoli, Radure sconfinate e Alla deriva, serializzati da Tsuge Tadao a partire dal 1996 sulla rivista di manga alternativi “Garo”. Il progetto, inizialmente pensato per proseguire in ulteriori parti, fu concluso affrettatamente a causa della chiusura della rivista che lo accoglieva, come confidato da Tsuge in una nota al termine della raccolta. Il volume è arricchito da saggi scritti dall’autore stesso e da Ryan Holmberg, critico specializzato nella storia del manga e profondo conoscitore dell’opera di Tsuge. Un approfondimento che fornisce una chiave di lettura più consapevole e contestualizzata di La mia vita in barca, un gekiga che, nella sua apparente semplicità di spaccato di vita quotidiana, racchiude invece il bagaglio culturale di una particolare classe di giapponesi dalla personalità outsider, vissuta nel periodo di ripresa post-bellico ai margini della società. L’attenzione è totalmente rivolta alla storia e ai suoi protagonisti, le tavole sono scarne e minimali, le ambientazioni volutamente ripetitive e tratteggiate da linee rette che sembrano graffi anziché fili d’erba o increspature d’acqua. La vicenda, profondamente autobiografica, rivela la frustrazione e il senso di inadeguatezza di chi, privo di ispirazione e motivazione, non riesce a trovare un posto nella società. La fuga dalla realtà avviene attraverso il mondo della pesca e si concretizza nell’acquisto di una piccola barca tramite cui lasciare la terraferma e sparire per qualche giorno nel mondo onirico incarnato dalle acque del fiume. Da una parte il fallimento, la famiglia, e la consapevolezza di non essere abbastanza; dall’altro personaggi grotteschi e borderline, gatti randagi indipendenti, un martin pescatore forse immaginario, esemplari di cruciana, wataka, koi, kamatsuka, signori del fiume, da sfidare. I momenti di quiete e solitudine, attraversati da riflessioni personali e a carattere socioeconomico, sono interrotti da strofe di canzoni popolari degli anni 1940-1950, cantate passeggiando o pescando con amici, e da aneddoti ironici e irriverenti raccontati sotto la spinta dell’alcool. Un testo forse non pienamente sviluppato come previsto inizialmente dell’autore ma che nel suo arco narrativo “troncato” restituisce efficacemente lo spaccato perfetto di una generazione di mangaka che hanno scelto di parlare di argomenti scomodi, lontani dal mainstream, in un modo sperimentale, privo di ogni buonismo e filtro.