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La mia vita di uomo

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Uno scrittore, Peter Tarnapol, sta lavorando al proprio romanzo, il cui protagonista, Nathan Zuckerman, un promettente scrittore ebreo, è rimasto incastrato in un matrimonio disastroso, fatto di sofferenze e frustrazioni, che lo ha deviato dalla strada della scrittura, in cui lo aspettava un destino radioso e ricco di soddisfazioni. Nel romanzo, Peter sta parlando di sé stesso perché anche lui ha sposato una donna, Maureen, che credeva di amare moltissimo. Aveva ventinove anni (lei era un po’ più grande), tanti sogni e tanta ambizione. Tanto amore. Maureen, inoltre, voleva essere la sua musa ispiratrice, colei che avrebbe dato linfa alla sua scrittura. Ma non è stato così perché la moglie è diventata per Peter una vera e propria nemesi. Il loro matrimonio è stato costruito sul ricatto morale – finte gravidanze e continue minacce di suicidio – e, giorno dopo giorno, lo scrittore si è sentito chiuso in una trappola dalla quale non è stato capace di uscir fuori per anni. Poi, la separazione, una vera e propria liberazione. Ma quando Maureen muore davvero, Peter deve affrontare una serie di demoni interiori; deve affrontare la presenza ingombrante della sua ex moglie, e sa che l’unico modo per tentare di liberarsene, l’unica cura, è la scrittura…

Pubblicato nel 1974 e uscito in Italia per Bompiani l’anno successivo, La mia vita di uomo può essere ritenuto uno dei romanzi più complessi e impietosi di Philip Roth. Nella prima sezione, Utili funzioni, composta da due lunghi racconti, Anni verdi e Corteggiare il disastro, troviamo la narrazione delle vicende di Nathan Zuckerman, alter-ego onnipresente nelle opere di Roth. Nella seconda parte, La mia vera storia, scopriamo il vero io narrante di tutto il romanzo, Peter Tarnapol, l’autore dei due racconti iniziali. Così, in questo gioco metaletterario, Roth spiazza il lettore, utilizzando un espediente narrativo tipicamente novecentesco: la mescolanza di finzione letteraria e autobiografia. Infatti, nel 1963, Philip Roth si separava dalla moglie Margaret Martinson, morta nel 1968 in un incidente stradale. C’è, dunque, tanto Novecento in questo romanzo: la confessione diaristica che ci riporta a romanzi quali La coscienza di Zeno e Il fu Mattia Pascal; la presenza della donna vista come nemica e nemesi, che impedisce al protagonista di raggiungere il proprio compimento, elemento che ritroviamo nei romanzi di Gabriele D’Annunzio (scritti, a onor del vero, a cavallo tra Otto e Novecento). Così, Roth trascina il lettore in un gioco di specchi in cui è difficile distinguere la verità dalla finzione, lo costringe alla riflessione e lo fa con uno stile lucidissimo e tagliente. La mia vita di uomo, dunque, è un libro che spicca all’interno della produzione letteraria dello scrittore americano, perché scava nell’io più profondo e ci costringe a porci delle domande; un romanzo che ci induce alla verità attraverso ciò che proprio nel Novecento è diventato uno strumento d’indagine dell’abisso che si nasconde dentro a ogni individuo: la scrittura.