Salta al contenuto principale

La morte viola

La morte viola
Il “soldato bollente” è un giovane boemo, Wenzel Zavadil, trovato semimorto da due donne Annamite davanti alla capanna del fachiro Mukhopadaya. Per farlo tornare in vita, le donne gli somministrano delle gocce opalescenti trovate nella capanna abbandonata. Il vanesio Professor Motschädel tenta poi di curarlo e di tentare una diagnosi, ma il giovane non risponde a nessuna terapia e, anzi, la sua temperatura corporea inizia a salire repentinamente, fino a raggiungere i cento gradi centigradi e fino a bruciare tutti gli oggetti che si trovano vicino al suo corpo. Alcuni pompieri cinesi sono dunque chiamati in soccorso ma, non riuscendo a fare nulla, finiscono con lo spingere fuori Zavadil a colpi di sbarre di ferro per evitare un incendio. Uscendo, il soldato lascia le sue impronte bruciacchiate su scale e pavimenti, come se al suo posto “fosse passato il diavolo”. Hamilkar Baldrian è invece un “vecchio eccentrico e solitario” che cerca di evocare lo spirito di Astaroth utilizzando il “Grimoire” di Papa Onorio III: uno dei più celebri e dei più potenti trattati rituali di magia nera le cui formule sono in grado di evocare e comandare i dèmoni. Tra odori di cantina, spesse ragnatele, calcinacci, e vasi ammuffiti, Baldrian tira fuori “una infinità di strani oggetti: cerchi magici, cera verde, un bastone con la corona, erbe secche”. Completamente nudo, la pelle giallastra e avvizzita, si reca poi verso la stufa e prende un vaso contenente un unguento per il corpo che egli stesso aveva preparato un anno prima: “una massa di grasso nauseante” fatto di “radici di mandragola, giusquiamo, cera, spermaceti e…una poltiglia cotta di cadaveri di bambini che la becchina gli aveva venduto”…
Questi solo due dei racconti di Gustav Meyrink (“Il soldato bollente” e “Coagulo”) presenti nella raccolta La morte viola, ristampata ora da Coniglio dopo la prima edizione del 1989 di Reverdito Editore (mantenendo la stessa selezione di testi e addirittura la traduzione originale di Anna Maria Baiocco). Si tratta di ventisette brevi racconti dello scrittore horror/grottesco/satirico dei primi del novecento, famoso soprattutto per i successivi romanzi Il Golem e Il volto verde (1916). Il libro presenta anche una nota autobiografica dello scrittore e un ricchissimo e puntuale saggio finale di Gianfranco de Turris. Con dovizia di particolari e competenza critica, De Turris spiega la genesi di tali racconti (i primi apparsi nella famosa rivista satirica “Simplicissimus”) e individua per loro quattro filoni: i racconti grotteschi in cui tutto è giocato sul bathos finale e su effetti di deformazione comico-satirica che vanno a smascherare le piccolezze di un “Deutsche Spiesser” (un tedesco piccolo borghese gretto e meschino), oppure il fanatismo dei militari, o la prosopopea di medici, banchieri e avvocati. Un secondo filone, o meglio sottofilone, si incentra sempre su elementi grotteschi ma sottoforma di favole o apologhi in cui Meyrink, alla maniera di Esopo o Fedro, personifica corvi, cammelli o cinghiali. Il terzo filone, certamente il più accattivante per il pubblico, è costituito dai racconti fantastico-esoterici, in cui lo scrittore mette a frutto tutte le sue competenze alchemiche, mistiche ed esoteriche. Seguono poi i racconti fantastico-macabri in cui al precedente e costante senso di paura e di asfissia si aggiunge il gusto nero e gotico che avvicina gli scritti alla tradizione classica del fantastico europeo e soprattutto alla “Schauerliteratur” tedesca (“la letteratura del brivido”). Proprio questi ultimi racconti, spesso raccapriccianti, mostruosi ed efferati, hanno fatto sì che l’opera di Meyrink fosse accostata a quella di Edgar Allan Poe, anche in virtù di una forte somiglianza di temi e motivi. La netta differenza resta però quella stilistica, poiché la prosa di Meyerink non presenta quasi mai quel grado di sperimentazione e di sapiente costruzione narrativa operata da Poe (specie in questi brevi racconti). Tuttavia, le sue sono prose visionarie e vorticose che avvolgono il lettore appassionato in una spirale difficilmente districabile di emozioni, terrore e sgomento. Come nota giustamente de Turris, la prosa di Meyerlink possiede un tratto espressionistico rintracciabile in molti dei suoi elementi nodali: l’esasperato pathos individuale, la distorsione della realtà e il privilegiare la visione deformata e deformante degli eventi.  In questo senso, l’opera è sicuramente degna di interesse,  ricca di spunti di riflessione e, senza dubbio, seducente.