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La musica del futuro

La musica del futuro

Matvej Alexandrovič si sveglia che non sono neanche le cinque e mezzo, sperando che Janka, al rientro del turno di notte, non svegli sua figlia Kroška. Sedutosi a cavalcioni sul letto, accende la radio e si mette ad ascoltare la Sonata per pianoforte n.2 di Chopin. Da un’altra stanza, Kroška comincia a strepitare, per poi smettere subito. Allora Matvej decide di andare nella cucina comune, sperando che gli altri non si siano svegliati: sul fornello dei Karisen c’è una grossa pentola di riso e carne. Matvej la assaggia: sa di serpente. Ma dove se lo procurano il serpente i Karisen, si chiede prima di mangiarsi un altro paio di bocconi. Dopo aver mangiato, Matvej ripone il cucchiaio in un mastello colmo di posate sporche. Di solito sono sempre i Karisen a pulire; e la pulizia è una costante di litigio all’interno della kommunalka, l’appartamento condiviso da più nuclei familiari. Nessuno li ha mai visti pulire concretamente, eppure ogni tanto Matvej può giurare di aver sentito la signora Karisen armeggiare con la scopa. Nel frattempo, in bagno, Janka sta facendo colare l’acqua della vasca...

Katerina Poladjan (La restauratrice di libri, In una notte, altrove e Forse Marsiglia) ambienta il suo ultimo romanzo a mille chilometri a est di Mosca, in una kommunalka, l’11 marzo 1985, giorno in cui ai cittadini sovietici fu annunciata la morte del Segretario Černenko, ma non ancora la successione di Gorbačëv, cosa che contribuisce ad alimentare una sottile tensione che permea tutta La musica del futuro. Che, a scanso di equivoci, non è un’opera politica (per quanto possa non essere politico uno scritto che, volente o nolente, ha uno spaccato di società dell’URSS come fulcro principale della narrazione), bensì un romanzo che inscena i piccoli riti e gesti di persone che in un modo o nell’altro tentano di vivere al meglio delle loro possibilità. Il focus principale della Poladjan sono quattro donne (nonna, madre, figlia, nipote- lattante) che, attraverso i loro mestieri, i loro dialoghi e i loro screzi costantemente riportano in superficie quel senso di attesa per il futuro (non necessariamente negativo, ma sicuramente non positivo) che si respirava nell’Unione Sovietica al momento dell’insediamento di Gorbačëv. Delle sensazioni espresse anche da Janka in maniera più dettagliata attraverso il suo rapporto con la musica.