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La nostalgia che avremo di noi

La nostalgia che avremo di noi

Clara lo aspetta nella solita piazza, quella con la dea ferita. Alle dieci è scesa di casa, tacchi alti, impermeabile lungo fino alle caviglie. Lui è uscito che le gemelle dormivano, ha salutato la moglie. Le ha detto che sarebbe andato al cinema e che non avrebbe fatto tardi... Vita costeggia la stazione trascinando il trolley. È un pomeriggio buio, sotto il portico ci sono i barboni. Vita evita di guardarli, fissa un punto dritto davanti a sé, come se fosse tutto normale. L’odore le dà la nausea, “trabocca di verità” e Vita, la verità, vorrebbe sempre evitarla... Arturo sta per sposarsi. Lui, che non ha mai mantenuto una promessa in vita sua. Buffo che questa promessa sia nata da un equivoco. Nel pacchetto che Ester ha aperto c’era un anello con lo zaffiro, tutti hanno applaudito e lei ha detto di sì, commossa. Da quel momento Arturo ha smesso di dormire bene... C’è una fotografia attaccata al frigo. Lorenzo non ricorda la giornata della foto, a parte che era il giorno di Ferragosto. Nello scatto lui indossa una brutta camicia a scacchi e tiene in braccio Linus. Lisa invece è accovacciata e abbraccia Tessa. Nella fotografia Lorenzo sorride. Non si è mai accorto di quella crepa all’angolo della bocca...

Anna Voltaggio, nata a Palermo e laureata in Lettere all’Università di Bologna, dopo aver lavorato per molti anni nel mondo dell’editoria come addetta stampa fa con questo La nostalgia che avremo di noi il suo esordio nella narrativa. Tredici racconti (o forse dodici più uno: al lettore il piacere di scoprire il perché) che tratteggiano i contorni delle relazioni, della nostalgia, del desiderio. Uomini e donne stretti tra un passato ormai già speso e un futuro che ha fretta di essere colto. Personaggi che vivono un presente spesso inospitale e attendono, col loro bagaglio di memorie e sentieri mai intrapresi, costretti infine a guardarsi dentro, troppo impauriti per affrontare la verità, per fare quel passo che potrebbe portarli altrove. L’avvenimento prende talvolta tratti di sogno, allucinazione, ed è allora che anche il linguaggio, asciutto, concreto, sembra addolcirsi e si fa più sfuggente, con dialoghi che raccontano di solitudini che si sfiorano senza trovare il coraggio di incontrarsi. L’ambiguità dei sentimenti è un terreno che Voltaggio calca agilmente, mentre gioca con le trasparenze e le contraddizioni, portando i suoi personaggi – in una certa misura tutti simili tra loro, differenti quel tanto che basta per non disperdere l’atmosfera creata – ad affacciarsi tra un racconto e l’altro, frammenti di un’unica fotografia. Paiono raccontarci una certa malinconica speranza, queste interiorità incrinate, inquiete. Consapevoli della crudeltà dell’orologio che continua a scandire il tempo e di tutte le occasioni che non torneranno, eppure ostinate, nonostante tutto, a percorrere le loro strade oblique, mosse dal desiderio (niente di più struggente e umano) di ritrovarsi. E da lì, forse, inventare la propria felicità.

LEGGI L’INTERVISTA AD ANNA VOLTAGGIO