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La notte del predatore

La notte del predatore

Hector Cross sta per assaporare la sua vendetta completa. Gli era costato molto, moltissimo non uccidere con le sue mani, oltre al suo compare Carl Bannock, anche Johnny Congo, il gigante nero che qualche tempo prima gli aveva strappato Hazel, sua moglie, lasciandolo solo con la neonata Catherine. Lo aveva fatto per rispetto e amore di una nuova compagna che credeva nella giustizia sopra ogni cosa. Così aveva accettato di consegnare Congo alle autorità americane che lo avevano processato e condannato a morte; adesso finalmente sta per essere giustiziato con l’iniezione letale. Forse adesso i fantasmi che perseguitano Cross ogni notte gli daranno pace. Ha provato a crederci anche lui alla legge, ci ha provato davvero. Ma oltre che uno psicopatico e uno spietato assassino, Congo è scaltro e dispone di denaro, tantissimo denaro. Ed è riuscito ad evadere già una volta. Era quasi scontato che anche stavolta riuscisse a comprarsi gli uomini giusti, senza scrupoli come lui, disposti a mettere a punto un’altra fuga rocambolesca e spettacolare proprio durante il trasporto verso il luogo dell’esecuzione. Ora Cross è più che mai consapevole che, se il suo unico desiderio è vedere morto Congo – al diavolo le regole e la giustizia stavolta! ‒, quello del criminale autoproclamatosi re di un minuscolo stato africano nel quale sta tentando di rientrare è identico, al contrario. Cross, infatti, quando ha eliminato Carl Bannock facendolo diventare spuntino per un coccodrillo, ha ucciso l’unico essere che contasse davvero per Congo, suo compagno di vita e assassino crudele quanto lui. Quello che Cross non sa, invece, è che quell’uomo non ha soltanto intenzione di ucciderlo; prima vuole distruggerlo e umiliarlo, farlo soffrire e annientarlo. Il primo obiettivo del suo piano è mettere sotto attacco la società petrolifera Bannock Oil, la multinazionale della quale Cross possiede quote ereditate da sua moglie Hazel che ne era proprietaria oltre a gestire quelle della piccola Catherine, e nella quale lavora come responsabile della sicurezza. Per l’ex maggiore delle forze speciali britanniche SAS e i compagni della agenzia di mercenari di cui è a capo comincia un baillamme di intrighi politici, truffe finanziarie, azioni paramilitari senza esclusione di colpi, fughe, inseguimenti, vendette, tra oligarchi russi, donne bellissime e pericolose, avvocati senza scrupoli e avventurieri spietati. Riuscirà Hector Cross ad avere la sua vendetta? Saprà proteggere la sua piccola Catherine? E potrà tornare ancora ad essere felice?

Terzo e ultimo atto che conclude la cosiddetta trilogia di Hector Cross dopo La legge del deserto del 2011 e Vendetta di sangue del 2013. Si tratta infatti del terzo romanzo che dovrebbe concludere le avventure di questo personaggio “minore” che si affianca ai ben più noti usciti dalla penna di Wilbur Smith, il prolifico grande vecchio re dell’avventura che da anni dal Sudafrica, con cadenza praticamente annuale, continua a raccontarci le sue storie. Da qualche anno sulle copertine accanto al suo nome compaiono quelli di coautori, da quando ha ammesso apertamente di avere bisogno di qualcuno che lo aiutasse a portare a termine la scrittura e il lungo e paziente lavoro di ricerca che essa richiede; in questo caso si tratta di Tom Cain, all’anagrafe David Thomas, a sua volta autore di bestseller spesso incentrati su intrighi finanziari. Ed è forse questa collaborazione a pesare malamente in questo romanzo che pare aver fatto sterzare la trama verso uno stile un po’ diverso che ricorda vagamente autori come Tom Clancy o certo Clive Cussler; per carità, ottimi autori certamente che però non è detto abbiano un pubblico di lettori coincidente con quello dei fan del nostro autore rhodesiano. È come se le atmosfere avessero qui un sapore diverso e anche i paesaggi esotici ai quali siamo abituati sono relegati ad eccezioni rispetto a descrizioni (quelle sempre attente e dettagliate come di consueto), per esempio, di ricchi uffici legali o locali di lusso nel cuore americano degli affari. Azione ce n’è sempre a sufficienza, i personaggi appaiono un po’ stereotipati su quello dell’eroe coraggioso che ha come unica ma scusabile debolezza il desiderio di vendetta (oltre a quella che pare una necessità impellente di provarci con qualunque figura femminile presente nella trama di età compresa tra 18 e ∞, novità abbastanza sorprendente e fastidiosa per questo autore) e quello del cattivo, brutto, pervertito e astutamente malvagio. La tensione, invece, latita e questo appesantisce la lettura per gran parte del romanzo che resta gradevole ma niente di più. Che dire, è quanto dobbiamo aspettarci ormai da questo scrittore che abbiamo amato così tanto? Forse no, forse Wilbur Smith ha ancora qualcosa da raccontare ai suoi lettori ma magari tornando alle saghe che lo hanno reso un grande scrittore, quelle di Taita, dei Courteney e dei Ballantyne, e soprattutto continuando a tenere lui saldamente il timone.