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La notte dell’innocenza - Heysel 1985, memorie di una tragedia

La notte dell’innocenza - Heysel 1985, memorie di una tragedia

È il 29 maggio 1985 e allo stadio Heysel di Bruxelles si gioca la finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus e il Liverpool. Le strade di Martina Franca, come di qualsiasi altra città, cittadina e paese d’Italia, si stanno svuotando: tutti corrono per essere davanti alla tv e guardare l’evento sportivo dell’anno, ma tutti si ritrovano a restare inchiodati davanti ai teleschermi per assistere con orrore a tutt’altro, a una delle più grandi tragedie della storia del calcio. Alla fine il bilancio sarà di 39 morti e oltre 600 feriti, tutti vittime di un calcio definito da Marguerite Duras, in un’intervista su “Libération” del 1987 al calciatore francese Michel Platini, “demoniaco e divino” come ogni passione umana. I Reds del Liverpool sono la squadra del momento, hanno vinto la Coppa dei Campioni anche l’anno precedente contro la Roma dei vari Falcao, Conti, Di Bartolomei. La Juventus ha vinto contro i Reds appena qualche mese prima in Coppa delle Coppe, ma non basta. Vogliono la “Coppa dalle grandi orecchie”, assente dal loro palmares, ma il Liverpool non sembra per niente intenzionato a cedere il passo, con i suoi Dalglish, Rush, Grobbelaar, portiere, quest’ultimo, famigerato perché uso a inscenare balletti clowneschi con l’intento di innervosire e distrarre gli avversari, soprattutto in occasione dei calci di rigore. Nei bambini rimane di quella serata terribile un ricordo indelebile, il peso della tragedia, le troppe morti per una partita di calcio. Il piccolo Mario, proprio quel 29 maggio ha indossato per la prima volta un paio di scarpini con i tacchetti, non proprio facili per camminarci con quei pezzetti di ferro sotto la suola e a maggior ragione quando le scarpe sono di una misura più piccola...

Ripercorrere la notte dell’Heysel è già terribile di per sé, perché risveglia ricordi indelebili di una tragedia atroce. Mario Desiati racconta i fatti - sin dal 2015 (tre le edizioni del libro finora) - per quella che è stata la sua esperienza di bambino. Aveva infatti appena otto anni, un’età in cui se si ama il calcio il mondo comincia e finisce in un rettangolo di gioco, dove si costruiscono sogni e “partite del secolo” anche solo lavorando di fantasia. Ed è terribile pensare a come quei sogni possano essere stati ridimensionati dalla tragedia, dai mille “se” e mille “ma” che ha lasciato dietro di sé. Forse il racconto che ne fa Desiati è “un po’ troppo juventino”, con ampie descrizioni del prima e del dopo Heysel, non tenendo presente che quella notte di maggio tutta l’Italia e tutta l’Europa hanno sofferto allo stesso modo. Uno stadio fatiscente ha aggravato la situazione, con una capienza non esattamente rispettat: e poi gli hooligans, non tifosi ma veri e propri criminali, già conosciuti nelle loro malefatte e nel loro bere come spugne. Tutto preso sottogamba, forze dell’ordine non schierate a sufficienza (si è riparato solo dopo la tragedia, portando l’esercito allo stadio). E il ministro degli Interni del Belgio che ha fatto pressioni sulla necessità di giocare quella partita per non peggiorare la situazione, facendo ricadere eventuali nuovi atti criminali su chi si sarebbe rifiutato di giocare. La UEFA che si è fatta anticipare da Margaret Thatcher nella decisione di sospendere gli inglesi dalle competizioni internazionali per anni. Ognuno ha di che recriminare e lo si fa ancora a tanti anni di distanza, perché certi eventi non si dimenticano e non c’entrano nulla col gioco del calcio che, proprio perché “gioco”, dovrebbe dar vita a comportamenti rispettosi e leali. Sicuramente diversi da ciò che si è visto all’Heysel. E purtroppo le stragi dello sport non si sono fermate. Ogni tanto in qualche stadio succede qualcosa, prima e dopo l’Heysel ci sono stati parecchi episodi di cronaca nera e disgrazie, ma almeno il mondo non ha dovuto più assistere in diretta televisiva a una tragedia del genere, che ha lasciato un segno, soprattutto tra chi aveva parenti e amici in quel settore e non sapeva che fine avessero fatto e solo dopo molte ore li ha scoperti morti o li ha visti tornare fortunatamente vivi ma con lividi, ferite e con l’orrore negli occhi. E ci sarebbe tanto, ancora, da esaminare, le domande a cui rispondere sono ancora troppe, altrettante le questioni irrisolte e le ombre.