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La notte dell’Inverno - L’orso e l’usignolo

La notte dell’Inverno - L’orso e l’usignolo

In una fredda sera di inverno nella Rus’ settentrionale una famiglia è riunita intorno alla grande stufa nel tentativo di scaldarsi e dimenticare la lunga dieta a base di pane nero e cavolo fermentato. Alesa forse preferirebbe pregare tutta la sera, ma la chiesa è troppo fredda e un tentativo di recarvisi è andato a vuoto: è rientrato bagnato e infreddolito. L’anziana nutrice Dunja propone di raccontare una fiaba per distrarsi: il capo famiglia Petr Dimitrovic passa la notte fuori in attesa della nascita di un agnello e non si sa quando tornerà. È Marina, anche lei in dolce attesa di Vassilissa a proporre la fiaba di Nonno Gelo, noto anche come dio della morte, “il signore della bianca neve, delle nere conifere e dell’argenteo gelo”. E così Dunja racconta la storia di Nonno Gelo-Morozko, della sua gentilezza e della sua crudeltà. Come molte altre fiabe, anche quella di Morozko inizia con una giovane fanciulla senza madre, detestata da una matrigna cattiva e inviata nel bosco verso morte certa, per diventare la sposa di questa terribile entità del ghiaccio, resa furibonda e ancora più pericolosa dall’imminente arrivo del disgelo…

Il primo volume della trilogia La notte dell’inverno ci trasporta in un luogo e in un tempo poco esplorati dal punto di vista letterario: la Rus’ del XIV secolo. La Rus’ non aveva nulla a che vedere con l’attuale Russia e comprendeva una vasta regione che includeva l’attuale Bielorussia, l’Ucraina e parte dell’attuale Russia occidentale. Nell’epoca in cui si svolge l’azione del romanzo, la Rus’ era una realtà ampiamente disgregata, sottomessa al giogo del Khan tataro e ai suoi pesanti tributi e la sua liberazione era ancora lontana. In effetti la metafora ricorrente del romanzo è quella del confine inteso come luogo di transizione da un mondo antico a un mondo moderno. Mosca non è ancora la città principale ed è rappresentata come “una bella donna con i piedi sporchi”. Il cristianesimo è ancora offuscato dalla presenza delle antiche credenze, delle divinità pagane e delle mille creature del folklore slavo orientale. Da questa unione di luoghi, tempi e paradigmi emerge un quadro estremamente complesso e affascinante. Come dice proprio lo stesso Morozko “il disgelo non è un luogo, è molte cose. Proprio come io e te siamo molte cose, e la mia casa è molte cose e perfino quel cavallo con il naso sulle tue gambe è molte cose”. La cosa più sorprendente del primo volume di questa trilogia è la vivacità con cui l’autrice descrive la Rus’ del XIV secolo, con i suoi usi, i suoi costumi, le sue credenze e le sue tradizioni. Questa ricchezza ci viene restituita dallo sguardo della protagonista, la giovanissima Vassilissa figlia di Marina, che è dotata di un dono straordinario e pericoloso. Vasja infatti è in grado di vedere e di parlare con le creature invisibili, i domovoj, gli spiriti della casa, della stalla, le rusalki (che vivono nei laghi e annegano i viandanti sprovveduti attraendoli con le loro malie), gli spiriti dei boschi e mille altri. Una bimba ribelle quindi, sempre a rischio di essere accusata di stregoneria. Non è dunque un caso che il romanzo si apra con una fiaba, perché lo straordinario, il fantastico sono il tema di questa vicenda, individuale, familiare e collettiva (abbiamo anche un breve incontro con Ivan II principe di Mosca e uno sguardo sulla sua corte). La presentazione del soprannaturale ha un andamento molto graduale ed è lecito avere il dubbio se le visioni di Vasja siano reali o siano frutto di suggestione. Piano piano siamo trasportati in un universo sempre più cupo che promette davvero molto nel prosieguo della trilogia. L’orso e l’usignolo dimostra (qualora ce ne fosse bisogno) come la letteratura Young Adult possa raggiungere livelli di profondità letteraria e storica che non ha nulla da invidiare alla letteratura tradizionale per adulti. La storia di Vassilissa cattura, emoziona e coinvolge fino all’inevitabile cliffhanger che porta naturalmente al secondo volume.