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La notte più buia – Cronache di una generazione

La notte più buia – Cronache di una generazione

No, non è stato un buon inizio: se il primo ricordo che hai è quello di esserti svegliato di notte al buio da solo, a quattro anni, in un letto troppo grande e non capire... chiamare, urlare, piangere, strepitare... nessuno. Sei solo. No mamma, no papà, neanche qualcun altro... nessuno: solo buio e angoscia. Eppure la spiegazione c’era: i genitori del piccolo erano dovuti correre all’ospedale per un incidente all’altra figlia e avevano lasciato il piccolo in custodia alla vicina che, una volta vistolo addormentato nel lettone, aveva avuto l’idea geniale di tornarsene a dormire a casa propria. Va bene, tutto spiegato. Ma una sindrome da abbandono ormai te la sei beccata e non te la toglie più nessuno. Poi la vita si affaccia nel quartiere popolare e operaio come lo era Torpignattara negli anni ’60 e si cresce gomito a gomito con realtà di dignitosa povertà rispetto alla quale sei un privilegiato. Si gioca a pallone per strada o in parrocchia. La parrocchia e le sezioni del PCI. La coscienza di classe, gli anni ’70 e gli amori. Tutto questo in un mondo rivolto alla costruzione di possibili nuovi orizzonti che lasciano non solo sperare e credere, ma anche intravedere un possibile cambiamento. E allora si è pieni di voglia di fare... E adesso? Come ha fatto il mondo a diventare così come è ora? Cosa siamo diventati e che fine hanno fatto quegli orizzonti?

Attraverso il racconto di episodi della propria vita, Roberto Gramiccia si propone di percorrere la storia della propria generazione. Lo fa con un’ottima scrittura che non disdegna l’ironia e con l’intento di far scorrere, in parallelo alle vicende private, quelle collettive inserite in uno scenario di mutamenti – se non addirittura mutazioni - sociali. Andando così, per contrasto, a sottolineare i cambi di prospettiva – non sempre in senso positivo - che hanno caratterizzato gli ultimi decenni del secolo scorso fino a portarci alla visione blindata (rassegnata? Parcellizzata? Anestetizzata? Conformista? Omologata?) del mondo dei nostri giorni. Una lettura gradevole con tratti di pregevole valenza storico-sociale che dovrebbe destare l’interesse di chi non ha vissuto determinati periodi della nostra storia e l’empatia di chi ne condivide il ricordo circa le abitudini (soprattutto quelle delle famiglie modeste se non povere), il modo di pensare, di approcciarsi al mondo... Per carità, personalmente provo la massima empatia quando leggo dell’Acqua Bullicante e di Torpignattara, dell’angoscia silente sul volto di un genitore rispetto alla necessità di un paio di scarpe nuove... si parla di quella roba che teneva alcune fasce sociali dell’Italia degli anni ’70 non così lontane dallo scenario di un Ladri di biciclette (De Sica, 1948). Però per quanto nell’entusiastica prefazione di Fabrizio Catalano, in quarta di copertina e nell’introduzione dell’autore si ribadisca “questa non è un’autobiografia” (excusatio non petita...), l’elemento di disturbo – leggero - sta proprio in alcuni dettagli personalistici che sarebbe stato meglio evitare per non creare episodici distacchi emotivi nella lettura. In certi passaggi di trascurabile valenza narrativa, rivelatrice o emblematica di qualcos’altro, sarebbe stato preferibile alleggerire le pagine senza sconfinamenti in particolari che solo nella biografia di un personaggio di fama mondiale potrebbero interessare quella fetta di pubblico che vuole sapere anche il nome del cugino del barbiere del personaggio al centro della narrazione. Quando si parla di sé poi, il rischio di tenersi troppo al centro è sempre in agguato: a farsi da parte di quando in quando difficilmente si sbaglia.