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La nuova me

lanuovame

Chicago. Inverno. Negli uffici senza finestre accanto a uno showroom di mobili di design ci sono diverse donne in cerchio. Sono infilate in jeans della taglia sbagliata: neri, grigi, verdi, con la stoffa che cade di diversi centimetri o, al contrario, appiccicata alle natiche; dettaglio, quest’ultimo, che nessuna delle donne nota su se stessa, ma decisamente evidente sulle altre. Gesticolano come pazze e muovono mani incremate e morbide; calzano tronchetti dozzinali e indossano gilet di pelliccia; c’è chi ha pettinature sofisticate e chi non si muove senza il contapassi. Passano con naturalezza da un argomento all’altro: c’è chi racconta di acquisti online sbagliati e da rimandare indietro, chi fa commenti sul lampadario dello showroom e chi parla della tizia che occupa l’ufficio oltre il corridoio, quella che tutti odiano e che, pare, non abbia amici. Uno sfoggio di cordialità quanto mai finto e inconsistente. Millie è lì con loro, le ascelle bagnate e la faccia che sa di bagel, a chiedersi se intervenire o meno nella conversazione. Potrebbe parlare del tavolino cui le altre hanno fatto cenno e commentare che è brutto da fare schifo. Le parole, tuttavia, le si bloccano in gola, non riesce proprio a parlare. Millie è la nuova interinale. Ha iniziato il nuovo lavoro da una decina di giorni. Come al solito, l’intermediaria – quella dell’ufficio interinale – la illude prospettandole che potrebbe finalmente essere sulla strada del tempo indeterminato ma, fino ad ora, si è trattato solo di illusioni e parole al vento. Dopo il lavoro Millie torna a casa a piedi, al buio e sotto la neve. Ha una scarpa bucata di lato e i collant che le cascano. Appena arriva al suo appartamento accende tutte le luci, come se persone diverse dovessero muoversi nelle diverse stanze. Come se la sua vita comprendesse altro, oltre a lei. Accende una sigaretta, apre il portatile e si perde in un episodio della sua serie true crime preferita. Magari in casa ci fosse qualcun altro a spezzare la sua solitudine…

Halle Butler – americana classe 1985 – racconta lo scampolo di vita di una millennial per eccellenza, una giovane nata tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, quindi tra i venticinque e i trentacinque anni, che si è affacciata al mondo del lavoro dopo la crisi economica del 2008. Si tratta di un mondo fatto di disillusioni, stipendi bassi e mansioni poco edificanti. Un mondo nel quale l’unico credo ancora possibile contempla la convinzione che il duro lavoro, e solo quello, possa portare a un miglioramento. E se non fosse vero? E se il miglioramento fosse null’altro che una diversa fonte della stessa inquietudine? Divertente, ironico e a tratti dissacrante, il romanzo della Butler è l’istantanea di una generazione che ha fatto della ricerca del profitto il proprio credo; uomini e donne che vedono in chi li circonda non potenziali amici o generatori di sani rapporti di empatia e condivisione, ma null’altro che ostacoli o strumenti attraverso i quali raggiungere posizioni di prestigio. Il quadro che ne esce è tutt’altro che edificante, racconta di aridità nel cuore e caos nella mente, di vite grigie identiche ad altre vite grigie, nelle quali le sfumature di colore sono tanto rare quanto destabilizzanti. Millie, la protagonista del romanzo, è una giovane donna qualunque, stretta in un’esistenza che detesta ma incapace di ricercare davvero “la nuova me” che potrebbe consentirle di operare una svolta, di imboccare una nuova direzione. Anche perché non sempre è possibile farlo, non sempre siamo noi gli artefici del nostro destino, non sempre possiamo decidere di diventare persone nuove. Spesso è la vita stessa che si dipana intorno a noi, ci avvolge e ci ingloba, senza lasciarci libere. E allora cosa fare? Forse la soluzione sta nel lasciarsi trascinare dal flusso dell’esistenza e accontentarci di ciò che accade, debolezze comprese.