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La nuova Russia

La nuova Russia

Char’kov è il nome ucraino per Charkiv, la capitale dell’Ucraina, una regione che ospita centinaia di migliaia di persone di origini, lingue, religioni completamente differenti fra di loro e che fatica a vedere affermata una sua identità specifica in modo definitivo. Il comunismo di Mosca sta provando a portare ordine e linearità, ma a volta sembra impossibile che possa esserci una visione comune fra quegli esseri umani. Il soldato russo con cui condivide il viaggio sembra quasi infastidito da quelle scritte in una lingua ormai passata, la lingua ucraìna: il futuro è nel comunismo russo, quello dei soviet, non certo nella leggerezza di quel popolo senza rigore e disciplina. Fin troppo scherzoso. Basti pensare che il giornale yiddish “Der Shtern” registrava un ottimo successo con migliaia di copie vendute e lette: trattava con acume e leggerezza, con freschezza e vivacità, faccende anche molto complicate, riusciva a rendere leggibili norme e documenti che il pesante burocratese del partito comunista faticava a divulgare e diffondere. Beh, da Mosca hanno preso male la notizia e per questo hanno di fatto imposto la sostituzione di “Der Shtern” con “Der Emes”, un giornale che finalmente riesce a rendere al meglio i logorroici ed inconcludenti documenti del partito. Il risultato è che oggi nessuno più si degna di leggere una riga e le vendite vanno malissimo. Tolto questo inconveniente, non si sta male nella grigia Char’kov: certo, un posto anonimo, lontano dalle luci e dall’aria frizzante di Minsk, ma pur sempre una città dove si lavora e si produce. Non fosse per quelle bande di bambini orfani ed affamati che ti assaliscono ogni volta che ti fermi in un caffè. Proprio un bel posto Char’kov...

Al termine di un lungo viaggio in Russia, fra gli ultimi mesi del 1926 ed i primi del 1927, Israel Joshua Singer annotava con la solita ironia i cambiamenti della nuova Russia: nel giro di pochi anni sotto il regime di Stalin più di centocinquantamila ebrei avevano trovato lavoro negli sterminati campi, decine di migliaia di ebrei erano impiegati in uffici e fabbriche, duecentomila bambini ebrei erano inseriti nelle scuole. Di questo passo sarebbe stata risolta la questione ebraica! La nuova Russia è un reportage giornalistico che Israel J. Singer redige come inviato del quotidiano ebreo-socialista (yiddish) Forverts di New York, raccontando e mettendo nero su bianco le contraddizioni e le opportunità del nuovo Paese che, dopo il piano economico quinquennale del NEP, stava iniziando la lenta rinascita post-bellica: il suo tour, partendo da Varsavia, attraversa Bielorussia, Ucraina, Russia, e ritrae, con spietata puntualità e maniacale precisione, la miseria e l’operosità, l’ingegno e la fame di un Paese che sta imparando a conoscersi e smania di ripartire. Si tratta di trentotto quadretti che assurgono a piccolo trattato storico- antropologico, racconti di frontiera e distese interminate, annotati con la vena narrativa e la laconica insofferenza di un ebreo errante che, per detta del suo stesso fratello, Isaac Bashevis, premio Nobel della letteratura, non trova in nessun luogo il suo posto nel mondo. C’è insoddisfazione e disincanto, ma anche umanissima empatia, in ogni immagine, in ogni personaggio: non c’è invenzione né giudizio - almeno esplicito - solo la necessità, mista all’obbligo, di dover raccontare un mondo popolato da uomini, fallibili e senza Dio. Solo uomini. Il volume è curato da Elisabetta Zevi ed arricchito dalla postfazione di Francesco M. Cataluccio, autore di una nota utilissima non solo per inquadrare queste pagine nella sterminata produzione di I. J. Singer, ma soprattutto per carpirne un briciolo di grandezza, umana e letteraria.