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La nursery

La nursery

Una donna varca la soglia della sua casa di New York, del suo nido, del luogo in cui ha trascorso sia giornate a tradurre romanzi per lavoro sia sere insieme al marito John. Questa volta però è insieme a sua figlia, la creatura che ha messo al mondo solo qualche giorno prima. Soprannominata Bottone, la bambina scandisce i ritmi della sua giornata: le poche ore di sonno, le poppate notturne, i pianti, i pannolini da cambiare, i vestitini da lavare di continuo. Un cambiamento radicale rispetto ai ritmi e ai silenzi di prima. Sollevato dalla nascita di Bottone durante il weekend, John rientra al lavoro il lunedì seguente, senza prendere ferie, senza essere alla mercé della nuova creatura. Se ne occupa principalmente appena rientra a casa, di sera, per il tempo che la moglie fa una doccia, che spesso è breve e continuamente interrotta. Un giorno bussano alla porta. È Peter, l’anziano vicino che abita al piano di sopra, sempre accompagnato dalla sua bombola di ossigeno. Si accomoda in salotto e incominciano a parlare, a raccontarsi e ad ascoltarsi, giorno dopo giorno…

Primo romanzo di Szilvia Molnar, La nursery è il romanzo che tutti dovrebbero leggere. È un racconto sincero, diretto, colorato e veritiero di come la maternità possa cambiare radicalmente la vita di una donna, insinuando nella stessa non solo emozioni positive, la gioia di aver dato alla nascita una nuova creatura, ma anche l’estremo opposto, la paura, l’ansia, la stanchezza, i pensieri negativi e il terrore che questi si possano trasformare in realtà e si possa far del male al bambino. L’autrice racconta questo periodo in modo stupefacente, con estrema lucidità, senza filtri, approfondendo anche momenti e situazioni che sono estremamente private, magari imbarazzanti, però al tempo stesso così naturali che non si possono omettere. I personaggi sono molto realistici, le loro emozioni sono comuni, e per questo condivise dal lettore, che non può non immedesimarsi. La madre, di cui non si conosce il nome perché non viene mai menzionato, chiama se stessa Miffo, parola svedese che viene usata per indicare principalmente un individuo che è fuori posto. Deriva da missfoster, quindi da miss (mancato, fallito) e forster (feto). Ne conviene che si sente un fallimento come madre in quei primi giorni, come se tutto fosse sbagliato o inadatto. Il marito è affettuoso, innamorato di lei e della bambina, tuttavia ha serie difficoltà a staccarsi dal lavoro e a essere più presente nella vita della sua famiglia. Racconta infatti a se stesso che è felice che Bottone sia nata durante il weekend, così lui non ha nemmeno dovuto prendere ferie. Nonostante l’uomo non sia freddo e distante, sicuramente si nota il divario e la distanza tra il lavoro e le mura domestiche. Il vicino di casa, Peter, è un uomo anziano, che scende per lamentarsi del pianto della bambina, ma nel frattempo si affeziona e spesso, nonostante la stanchezza e la malattia, si intrattiene per chiacchierare e ascoltare. La frase più bella, più forte e tenera allo stesso tempo, è “Sei fatta di possibilità”. Quei momenti prima della nascita in cui nessuna possibilità è negata, nessuna speranza, nessun sogno, la possibilità di essere ciò che si vuole e sperimentare tutto ciò che è possibile e, nel cuore di un genitore, la tenacia di far sì che tutto ciò che il proprio figlio desidera si possa realizzare.

LEGGI L’INTERVISTA A SZILVIA MOLNAR