Salta al contenuto principale

La parte di Malvasia

lapartedimalvasia

Solo quando, dopo qualche settimana dal suo arrivo, ha tolto quelle tende di tela grezza al balcone che mal si adattano alla sua natura e le ha sostituite con altre più leggere, ci si è accorti di lei. Nessuno l’aveva mai vista prima e, a dir la verità, nessuno ha mai saputo alcunché della vendita. I proprietari sono morti e gli eredi non hanno mai mostrato alcun interesse a trasferirsi in quella casa. Forse la trattativa è stata condotta in modo molto discreto: nessuno dei condomini ha notato il via vai tipico cui si assiste quando un immobile viene messo in vendita. In ogni caso, il cambio delle tende ha dato il via a una serie di trasformazioni che hanno fatto in modo che ci si accorgesse che qualcuno abita di nuovo in quell’appartamento. Poi è stata messa una nuova porta d’ingresso, blindata e, da ultimo, è apparso il nome sul citofono, che recita “Malvasia”. Ma si tratta di un nome o di un cognome? Nessuno lo sa. Altre modifiche sono seguite: la zona balconi è stata unificata in veranda e, in seguito, oscurata. Per diversi giorni alcuni camion hanno portato piccole piante ed enormi vasi vuoti, forse per creare un piccolo orto a uso personale. Chissà! La prima passeggiata di Malvasia per le vie del paese la ricordano tutti. Ha aperto il portone, una mattina di primavera, ed è uscita a passo rapido, come chi vive in città e ha sempre fretta di raggiungere la propria destinazione o come chi ha delle commissioni da sbrigare. Passo fermo e sguardo fisso in una direzione casuale. C’è chi dice fosse vestita da uomo e addirittura c’è chi ricorda di averle visto una cravatta al collo. Il fatto certo è che nessuno è riuscito a capire quale fosse la destinazione della sua passeggiata. La si è rivista ore dopo, stesso passo e stesso sguardo, tornare verso casa. E ora Malvasia è lì, nel suo appartamento, senza vita, priva di abiti e con la casa a soqquadro…

C’è un morto, anzi una morta, di cui non si sa quasi nulla, a parte il fatto che pare essere stata vittima di un’aggressione. Da dove provenga, che vita abbia condotto, quali siano state le sue frequentazioni, chi può averla uccisa, sono tutti interrogativi che non hanno risposta e l’indagine, affidata al maresciallo Arena e al suo aiutante Geppo, ha tutta l’aria di essere una bella gatta da pelare. L’ultimo libro di Gilda Policastro, tra i finalisti del Premio Viareggio- Rèpaci, comincia come il più classico dei noir, ma ci si accorge ben presto che, in realtà, non ha nulla di classico e nulla del noir. Malvasia - nome singolare e ricco di significati più o meno nascosti - è una forestiera arrivata in un piccolo paese, che da subito suscita allo stesso modo indifferenza e curiosità. Le ipotesi sulla sua morte e le testimonianze dei vari personaggi cominciano rapidamente a susseguirsi come le immagini di un caleidoscopio, in cui tutto si confonde e si scompone con rapidità. Come impazzite tessere di un puzzle, le parole che la Policastro sa utilizzare con la solita maestria - la scrittrice, critica letteraria e studiosa di letteratura italiana, ha già più volte dimostrato di avere familiarità con la poesia e l’utilizzo delle parole - creano un intreccio vorticoso, una sorta di flusso di coscienza senza argini, che incuriosisce il lettore e lo conduce pian piano nella parte più profonda della vita dei protagonisti. Il delitto in sé finisce quindi per diventare semplice cornice di una più profonda riflessione sulla morte, sul femminicidio- di cui vengono riportati nel romanzo dati che fanno rabbrividire- sulla vita e sull’irragionevolezza dell’esistere. Una lettura complessa, che cattura e disorienta allo stesso tempo; un romanzo del quale soffermarsi ad apprezzare ogni dettaglio; un libro al quale avvicinarsi senza dimenticare che “la letteratura è una bugia, la più grande bugia che l’uomo ha inventato”. La foto è di Dino Ignani.