Salta al contenuto principale

La parte divertente

La parte divertente
Una dirigente scolastica trentenne, per colpa della crisi, si ritrova a fare l’insegnante part-time in un asilo scoprendo contro ogni aspettativa che la maternità fa al caso suo, mentre detesta sempre di più le sue velleità intellettuali… Un adolescente appassionato di giochi di ruolo scopre il suo lato oscuro… Un’ex-tossicodipendente con padre sopravvissuto ai lager, ormai “parcheggiato” in una casa per anziani, si innamora di un ex-tossicodipendente neonazista pentito…  Una giovane fa i conti con i sentimenti che ognuno prova per l’altro nell’ambito di una famiglia… Uno scrittore in crisi viene a patti con il suo dolore…
Queste sono solo alcune delle tredici storie che compongono la raccolta di racconti di Sam Lipsyte, osannato narratore americano paragonato a Jeffrey Eugenides e persino a Fitzgerald. Forse giustamente, forse no. Lipsyte si colloca in queste pagine come autore dissacrante di un mondo tragico e tristemente noto, quello della desolazione, della perdita, dell’indifferenza, dell’anaffettività, un mondo in cui i personaggi in qualche modo lottano per venire fuori da tutto questo, risultando da tutto questo alla fine però nuovamente sconfitti. L’ironia con la quale Lipsyte preme sul pedale della crudeltà psicologica è brillante, tutto è perfettamente costruito. Troppo. Cantore di quel mondo contemporaneo “lì”, con quella classe narrativa da scuola di scrittura tipica dei nomi più “forti” della letteratura americana contemporanea come Jennifer Egan, George Saunders, Rick Moody, Elizabeth Strout,  lo scrittore newyorchese è forse, aggiungeremmo, debitore della generazione di Malamud, Cheever e Gaddis per come riesce a cristallizzare tutto nella linearità della prosa, nella sinteticità dei personaggi. Però come sempre in questo tipo di “letteratura perfetta” scodellata in America da una quindicina d’anni a questa parte troviamo una scrittura troppo cerebrale, chirurgica, che poco si lascia andare all’armonia del pathos, alla celebrazione della semplicità e dell’onestà intellettuale. Cosa che - tra l’altro -  invece contraddistingueva Malamud, Cheever, Gaddis & co.