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La partita della vita

La partita della vita

Siniša nasce due volte. La prima volta a Vukovar, nella ex Jugoslavia, quella che oggi si chiama Croazia. La sua mamma è croata e il suo papà serbo e tutto l’orgoglio che contraddistingue queste due origini, si intravede immediatamente in questo bimbo, talmente fiero di essere nato da non far sentire, nell’immediato, il pianto rassicurante di ogni neonato. Passano ben cinquant’anni e Siniša nasce ancora, questa volta in Italia ed esattamente all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. Sono più persone le artifici della sua rinascita: un giovane americano che gli dona il suo midollo osseo e la competente equipe di medici che si occupa del trapianto, affinché possa guarire dalla leucemia. Competenza e disponibilità, lacrime e amore, sono gli ingredienti principali della nuova vita di un uomo, che a un certo punto, forse, non vede più la luce in fondo al tunnel. Quella fiamma ora si è riaccesa, con tutto il suo vigore e la sua potenza: è felice Siniša, tanto da sentirsi come seduto sull’altalena del tempo, che dondola oscillando tra i vent’anni e i centocinquanta, facendolo sentire spesso un giovane pieno di energie e a volte un vecchio stanco. È una vita colma di esperienze la sua, i cui ricordi si allontanano fino all’adolescenza, vissuta in una Belgrado pericolosa, che riesce, comunque, tra mille difficoltà, a dargli la giusta spinta verso i primi trionfi sportivi. E poi l’Italia, le tante squadre che lo apprezzano e lo accolgono, i grandi campioni con cui si ritrova a giocare e i presidenti, gente con un nome importante, che incontra e conosce. Non tutte le esperienze sono positive: arrivano anche quelle dei sogni infranti, delle sconfitte, dei fischi, delle cadute. E poi quelle della fame, delle accuse, delle liti e dei soprusi. Siniša non si arrende mai e se cade si rialza, si difende egregiamente contro ogni accusa e soprattutto costruisce quella che lui definisce la sua “vittoria più bella”: la famiglia. Un amore grande quello con Arianna, da cui nascono cinque figli. A fare da sfondo alla sua vita, pregna di emozioni e vicende che si susseguono velocemente, c’è la sanguinaria guerra dei Balcani. In verità, tutto questo gli passa davanti agli occhi e al cuore, sino ai cinquant’anni, quando affronta la partita più importante della vita…

Leucemia acuta mieloide: una terribile diagnosi. Inizia così la corsa contro il tempo per Siniša Mihajlović, quando la malattia si palesa nella sua esistenza, in maniera improvvisa e prepotentemente aggressiva. Un’esperienza, che l’ex difensore serbo, mai si sarebbe aspettato di vivere, che lo segna profondamente e che decide di mettere nero su bianco in questo La partita della vita, un’autobiografia, in cui il tecnico racconta i fatti inattesi che caratterizzano il suo 2019, non tralasciando le emozioni e mettendosi a nudo, senza limite alcuno. Calciatore di successo, amato o odiato e allenatore grintoso, si ritrova di fronte a un grosso macigno, esattamente l’11 luglio del 2019. È malato Siniša, di una malattia grave ed è proprio in questo libro che racconta i cicli di chemioterapia (ben tre), che sono sufficienti solo a tenere a bada il problema, risolvibile con un urgente trapianto di midollo osseo. Mihajlović descrive con grande dovizia di particolari l’esperienza delle terapie, non si risparmia nel raccontare le proprie sofferenze, tanto da renderle tangibili. È una narrazione semplice la sua, che viaggia tra il racconto della malattia nel presente e gli ampi excursus nella vita passata. Un racconto, che non richiama sicuramente una scrittura di spessore o uno stile particolarmente equilibrato e armonioso, ma che raccoglie tutte le più vive sensazioni colme di disperazione, di forza, di lotta, di speranza, di lacrime, quelle più amare e di profonda positività. I punti di forza di questa autobiografia non sono, appunto, quelli stilistici, che non disdegnano la sufficienza, ma sono dettati dai contenuti e soprattutto da quel messaggio fatto di bellezza, che Siniša Mihajlović vuole consegnare al lettore: non arrendersi mai. Un libro voluminoso La partita della vita, che si lascia leggere, mentre si entra in punta di piedi nelle vicende di un uomo, che spesso non è amato e che di contro, ama se stesso quasi in maniera viscerale. L’ex calciatore, uno dei tecnici più severi della Serie A, tanto da essere soprannominato “sergente di ferro”, supportato dal giornalista Andrea Di Caro, vicedirettore della “Gazzetta dello Sport”, parla di tutto e di tutti, senza nascondere nulla, esprimendo liberamente la propria opinione e permettendo a chi legge, di poter conoscere l’uomo nella sua interezza. Una descrizione di se stesso, quest’ultima, che evidenzia la differenza, quasi fastidiosa, tra il modo di fare dell’uomo sano, a tratti arrogante e quello dell’uomo malato, quasi sempre compassionevole. Forse, proprio questa grande autostima, questo forte attaccamento alla vita e la sua aggressività nei confronti della malattia, gli hanno permesso di uscirne vincitore, nonostante la lotta fosse, in qualche modo, impari. Oggi Mihajlović sta bene, grazie alle terapie specifiche, al trapianto e all’amore della sua famiglia. Nell’agosto del 2020 risulta positivo al Covid-19. La sua caparbietà e le giuste cure lo aiutano a superare brillantemente anche questa malattia.