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La passiflora

La passiflora

È l’estate del 2003, la più torrida di cui abbia ricordo. È un periodo in cui tutto è insopportabile, persino la pelle nella sua nudità. Nella calura da oltre quaranta gradi resta solo lo spazio per l’amore, il mare, la birra gelida e i ghiaccioli al limone. Si conoscono così, in questo caldo in cui il rischio è quello di morire arsi, ma la speranza di salvarsi è prepotente. Quello che segue è un matrimonio senza figli ma spiritoso, molto frivolo e alcolico, appunto, condito di vodka e di scene di tenerezza; un amore che pensano possa essere infinito, ma una fine arriva e ora, dopo tanti anni, lei ha dimenticato le labbra di lui e il modo in cui bacia, ma non ha scordato la forma delle sue unghie o il modo in cui mangia, da affamato... Conosce un ragazzo e, subito, prova per lui una profonda antipatia. È convinta sia omosessuale, per il suo gesticolare eccessivo e per le mani troppo perfette e le unghie troppo pulite. Lo trova antipatico perché è un ottimo affabulatore, ostenta il suo buon lavoro e il tanto denaro che un’attività, che tra l’atro trova estremamente piacevole, gli permetta di guadagnare. Di lui, all’inizio, pensa sia un gradasso, uno che sa quattro cose in tutto ma te le sa vendere come se avesse alle spalle anni e anni di studio intenso. È convinta sia un furbo, nulla di più. Dopo un anno lui è per lei il sentiero da seguire, l’abbeveratoio in cui dissetarsi, il vuoto di una tasca da riempire... Il ragazzo, che lascia pagato un caffè per lei, è biondo e ha il viso quadrato. Ha due cagnette fulve, piuttosto bruttine, mentre lui è parecchio carino e veste con gusto. Indossa sempre una camicia bianca e ha l’aria pulita. Non riescono a dirsi nulla che vada oltre il saluto perché le cagnette di lui non sopportano il cane di lei. Ma quando quest’ultimo muore, allora riescono a bere un caffè insieme. E lui, finalmente, la guarda per quel che è: una donna, e non semplicemente la ragazza con il cane...

Urgenza è il termine che maggiormente risuona quando si affronta la lettura dei racconti di Claudia Pezzutti, autrice triestina d’adozione che sembra fare della parola strumento potentissimo a servizio delle emozioni. C’è una fisicità, una carnalità nei diciotto racconti brevi che costituiscono questa raccolta, che mostra, appunto, un’urgenza di vivere prepotente. Se letti in sequenza, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un’unica storia, un singolo romanzo ridotto in frammenti, come tessere di un caleidoscopio che si compongono e scompongono dinanzi agli occhi del lettore e, ogni volta, portano significati diversi. La scrittura della Pezzutti è fatta di immagini che si rincorrono e sovrappongono, raccontando la fame, i sorrisi, il dolore, la passione, l’amore. Le parole squarciano la verità e la mostrano così com’è, nella sua semplicità e nella sua crudezza. Tutto è metafora in questi racconti, che ogni volta si chiudono con brevi versi altrettanto profondi e incisivi. La potenza dei sentimenti – positivi o negativi che siano, non ha importanza – si riflette nelle brevi storie di un incontro, di un’assenza, di un abbandono, di un bacio. Sono racconti fisici ed eterei insieme; letture che si sedimentano nella mente del lettore e accendono domande, alle quali l’autrice non si preoccupa di fornire risposte. No, a lei interessa soltanto mostrare come mordere la vita, abbracciarla e farsi abbracciare, in un ballo infinito sulle note del dolore, della passione e di mille altri sentimenti, da ricercare tra le pagine.