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La passione secondo G.H.

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L’appartamento nel quale G.H. abita è situato all’ultimo piano ed è molto bello. Da lassù si domina la città. Come lei, l’appartamento ha luci e ombre ma niente è brusco; ogni locale precede e prefigura quello che segue. La sua casa è una creazione puramente artistica. Non c’è nessuno a parlare con lei e questa situazione amplifica il silenzio in cui vive. Indugia al tavolo della colazione davanti al caffellatte, facendo palline di pane. Infine decide di alzarsi. Sa che non avrà nessun aiuto in quanto la sua domestica Janiar ha smesso di prestare servizio presso la sua abitazione. G.H. decide di riordinare casa, con il riordinare capisce se stessa. Mettere in ordine è trovare la forma migliore. Decide di iniziare proprio dalla stanza della domestica, immaginando che il disordine che troverà sarà maggiore rispetto alle altre stanze della casa. Quella stanza ha sempre avuto una duplice funzione di camera da letto e ripostiglio di stracci, valigie vecchie, giornali, carta da pacchi. Ha deciso che la lascerà pulita per la donna che arriverà. Con sua sorpresa trova invece una stanza asettica e pulita e su una delle pareti vede un affresco a grandezza naturale. Il contorno a carboncino di un uomo e di una donna nudi e di un cane. Il ricordo della domestica assente la paralizza, cerca di ricordare il suo volto senza riuscirci e si rende conto che quell’affresco è un messaggio d’odio che Janiar le ha lasciato. D’un tratto aprendo l’anta dell’armadio lancia un urlo nel veder correre una vecchia blatta…

Questo episodio costituisce il punto di partenza di un viaggio introspettivo. Lo scarafaggio diventa la porta di ingresso per la sua verità. G.H. scopre, partendo proprio da quella blatta, la sua paura di esistere, che il mondo da lei vissuto l’ha trasformata in una persona che porta solo quelle due iniziali. Si accorge di essersi trasformata nella donna che porta il suo nome finendo con l’essere il suo nome. Pubblicato in Brasile nel 1964 quando l’autrice aveva già alle spalle una ventina d’anni di successi letterari, ha una trama esile (caratteristica comune a molti libri della Lispector) ma l’impresa della narratrice consiste nello sforzo di dare forma attraverso la parola a ciò che le accade. Quasi un libro di iniziazione che esplora la profondità con il quale la Lispector conduce il lettore, grazie ad un minuzioso monologo interiore al nucleo dell’esperienza trascendente, all’interno di una stanza di un viaggio allucinato che ci descrive quando dice: “la cosa che io vedevo era la vita che mi guardava”.