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La pazienza dell’acqua sopra ogni pietra

La pazienza dell’acqua sopra ogni pietra

È notte, Eva apre gli occhi e cerca il corpo di Antonio, ma non lo trova. Allora lo aspetta, ma Antonio sembra non tornare. Decide di alzarsi, ma Antonio non è in bagno, né in cucina né nel suo studio. Le sue cose sono però come lui le ha lasciate, in ordine. Magari qualcosa lo ha svegliato: un rumore, un allarme, urla dei vicini. Non è mai capitato che Antonio sparisse così nel mezzo della notte. Fosse accaduto anni prima, Eva sicuramente se la sarebbe presa, ma ora è diverso… Alle cinque del pomeriggio la ragazza lega i suoi cani e sveglia Orso, il più vecchio. Assieme a lui ci sono Sasha, che è bianco, Papu, che non assomiglia a nessuno, Pina e infine Rawson. Rawson ha passato tutto il pomeriggio a guardare i vari movimenti della piazza, così si confronta con Orso, che qualche giorno fa gli ha detto che faranno più e più volte la stessa cosa… La novità è che Bella, in vista della sua partenza, ha organizzato una festa di addio. Si presentano tutti, nessuno escluso e sono talmente tanti che nell’appartamento quasi non ci si entra. Belle è vestita di nero: è radiosa ed elegante. Tutti le vogliono stare intorno e lei non è dissimile a una pietra che cade nell’acqua e segna dei cerchi concentrici di attenzione. Dal viaggio Belle tornerà, pertanto tutti vogliono lasciarle qualcosa…

Prima ancora dell’immersione nella raccolta, è il titolo a far emergere l’atmosfera della nuova antologia della scrittrice nippo-argentina Alejandra Kamiya (già autrice di Anche gli alberi caduti sono il bosco). La pazienza dell’acqua sopra ogni pietra rende da un lato l’idea di una narrazione lenta, ma non per questo noiosa; dall’altro lascia presagire una certa ricercatezza dei termini, una sorta di levigazione – per rimanere in tema – delle parole. Che effettivamente avviene. I sedici racconti comunicano tra loro non per trama ma per stile, lessico e tematiche generali: un dialogo filosofico tra cani, delle feste di addio prima di una partenza, lo svegliarsi durante la notte, assistere una madre malata. Alejandra Kamiya copre i suoi racconti con una patina di malinconia, nostalgia e struggimento. Se si dovessero abbinare a una stagione, sarebbero sicuramente invernali, da coperta, camino acceso: insomma, si è capito lo scenario. Della raccolta, naturalmente ce ne sono alcuni che risultano più deboli (La scimmia, Eredità) e altri (Olsen e Vargas, Sola, La domanda di Rawson) che da soli valgono l’acquisto del libro.