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La peste nuova

La peste nuova

La peste è arrivata in città. Poco prima che la prefettura dichiarasse lo stato d’emergenza, Guido Battaglia ha dovuto accompagnare alla stazione Valeria, l’unica persona capace di sostenerlo nella sua attività di barzellettiere. In macchina, Valeria gettava lo sguardo tutt’intorno, scuoteva la testa e socchiudeva gli occhi. L’ombretto verde sbavato le scendeva sugli zigomi. Non le importava del lavoro non ancora completato, né di ciò che lasciava indietro: la sua attenzione era completamente focalizzata sulla fuga dalla città. Una volta partita, Guido era tornato a casa e si era seduto davanti alla finestra, chiedendosi come avrebbe fatto a portare avanti il suo lavoro. In fondo, in tempo di pandemia, l’esercizio letterario non sembrava un’attività essenziale come quella dei dottori o degli infermieri, ultimi baluardi di salvezza di fronte all’imperversare del contagio. Mentre volontari ed esperti di epidemia si premuravano di cercare riparo per i contagiati, Guido cammina per le piazze deserte e a volte incontra lo sguardo degli altri, che sembrano chiedergli in quale modo un barzellettiere possa rendersi utile alla società. Intanto la pandemia falcia la popolazione, miete vittime e riempie gli obitori. Un giorno, due ragazze bellissime si avvicinano a Guido con una proposta: lui deve scrivere la barzelletta che salverà la città dall’epidemia e loro si concederanno a lui senza ripensamenti o resistenze...

La peste nuova di Fulvio Abbate è una riscrittura completa del romanzo La peste bis, pubblicato nel 1997 per Bompiani. Abbate ci tiene a precisare che non si tratta di un rimaneggiamento o di un semplice aggiornamento del libro rispetto alla pandemia da coronavirus che ha colpito il mondo nel 2020. Se il romanzo del 1997, prendendo come riferimento La peste di Camus, parodiava il celebre antecedente, quello del 2020 investe tematiche filosofiche ritenute “essenziali” da Abbate: “il tema del limite, della salvezza, dell’impotenza rispetto alla natura e alla storia, [...] il rifiuto di una categoria impossibile da identificare dialetticamente quale la speranza, infine la sensazione paradossale che la materia inerte, ossia le cose, gli oggetti, riuscirà comunque a sopravviverci”. Cambia l’ambientazione (da Palermo a una non precisata città), i nomi dei personaggi e tutti quei riferimenti che banalizzavano “il filo dell’intera narrazione”. Le peripezie di Guido Battaglia, un barzellettiere che rappresenta l’intellettuale ostracizzato dalla società e al quale non viene riconosciuta la patente di “utilità”, si intrecciano con un contesto cittadino, sportivo, massmediatico ed erotico nel tentativo, inutile, di riannodare una realtà sprofondata negli abissi del caos morale con la funzione salvifica della conoscenza. In fondo è proprio questo il compito che le sorelle Lancia affidano a Guido: riscattare con la sapienza sarcastica delle sue barzellette un’umanità che si è persa nell’abiezione e nell’istintualità.